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America Latina: il 2014 sarà l’anno delle elezioni

25 ottobre 2014

ARTICOLI, QUESTIONI SUDAMERICANE


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Per l’Amerca Latina il 2014 sarà ricordato come l’anno delle elezioni. A dare avvio alla serie di corse elettorali sono state le presidenziali in Costa Rica. Qui il candidato Luis Guillermo Solis, esponente della formazione di centrosinistra Partido Acción Ciudadana (PAC), si è aggiudicato il secondo turno con il 77,69% dei voti. Una vittoria scontata, considerando che la seconda tornata si è svolta in assenza di competitors per Solis. Il suo avversario, Johnny Araya, del Partito di liberazione nazionale (PLN), ha infatti rinunciato a sorpresa alla sfida del secondo turno, dove i sondaggi accreditavano Solis di una vittoria schiacciante.

Luis-Guillermo-Solis-Costa-Rica_ELFIMA20140406_0044_5Il Costa Rica è la democrazia più solida dell’intera America Centrale e ha sempre garantito ai suoi cittadini diritto all’istruzione, alle cure sanitarie ed alla tutela previdenziale. Il Costa Rica spicca poi per essere stato il primo paese al mondo ad abolire l’esercito e per una politica ambientale all’avanguardia. Ma la crisi si è fatta sentire anche in Costa Rica e con essa la sua spinta innovativa ha subito una battuta d’arresto. Cosicché Solís si ritrova al governo di un Paese in recessione con un alto debito pubblico. La sua sfida sarà dunque quella di rimettere in moto l’economia, anche attraverso l’adozione di politiche di attrazione di investimenti, e allo stesso tempo di  salvaguardare politiche sociali capaci di contenere  le crescenti povertà e disuguaglianza sociale.

In un’intervista rilasciata dopo il suo insediamento, Solis ha peraltro chiarito di voler rafforzare le relazioni con il Brasile e di volere diminuire la dipendenza economica dagli Stati Uniti. Questi i due passaggi al riguardo: «I precedenti presidenti del Costa Rica non hanno mai guardato a sud, io invece voglio farlo» e «Il Costa Rica non è cresciuto come avrebbe potuto perché gli Stati Uniti sono finiti in recessione. Voglio evitare che accada di nuovo».

In El Salvador, il paese più piccolo del Centroamerica, è stato eletto presidente, nel febbraio scorso, il candidato sanchez-ceren-300x187della sinistra Salvador Sanchez Ceren. L’ex comandante dei ribelli durante la guerra civile si è affermato con uno scarto di appena lo 0,2 per cento (pari a 6.634 voti) sul suo avversario, l’ex sindaco di El Salvador Norman Quijano. La campagna elettorale è stata dominata da temi come la lotta alla criminalità organizzata e la crescita economica. Sánchez Cerén da sempre sostiene che mirati interventi di welfare e di sostegno all’istruzione pubblica possano servire a ridurre il fenomeno delle maras (gruppi criminali del paese), che appunto nell’indigenza e nella carenza di istruzione trova il proprio terreno fertile.

Si pensi che El Salvador è uno dei paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo: secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia anti-droga delle Nazioni Unite (Unodc) stilato sulla base di dati del 2012, l’Honduras è il paese più violento del pianeta, con un tasso di 90,4 omicidi intenzionali ogni 100 mila abitanti. Seguono Venezuela (53,7), Belize (44,7) e El Salvador (41,2). I tassi superiori a venti sono considerati “gravi”. E infatti la campagna elettorale del candidato di destra, Quijano, è stata incentrata sui temi della sicurezza con proposte di impiego dell’esercito e delle forze speciali per contrastare la criminalità. In tutto ciò El Salvador, a più di vent’anni dalla fine della guerra civile, si conferma un paese fortemente diviso. E il nuovo presidente Ceren dovrà barcamenarsi tra la sua ammirazione per il progetto bolivariano dell’Alba (Alleanza bolivariana per le Americhe, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba) e la forte influenza che gli Stati Uniti esercitano su El Salvador.

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Juan Carlos Varela

A fare da contraltare a questi due presidenti di sinistra, è arrivata, lo scorso maggio, l’elezione a Panama del conservatore Juan Carlos Varela. Candidato del Partido Panameñista (Ppa) alleato con il minoritario Partido Popular, Varela, succede a Ricardo Martinelli, imprenditore alla guida del Panama dal 2009. Martinelli è balzato agli onori delle cronache italiane per la sua amicizia con Valter Lavitola – ex direttore dell’Avanti ed ex consulente di Finmeccanica designato da Berlusconi – sotto inchiesta da parte della procura di Napoli per un’ipotesi di corruzione internazionale per presunte tangenti a politici panamensi legate alla realizzazione di carceri ed all’acquisizione di appalti.

Varela, cinquantenne e vice presidente uscente, fabbricante di rum e fervente cattolico seguace dell’Opus Dei, è stato ministro delle Relazioni Estere di Panama durante la presidenza di Martinelli fino all’agosto del 2011, quando fu rimosso dall’incarico dallo stesso Martinelli (Varela infatti lo accusò di coprire atti di corruzione nel governo). Varela, conservatore e fautore del libero mercato, può contare su un trend di crescita del PIL pari al 9% annuo. Va poi ricordato che si attesta attorno al 4% il tasso di disoccupazione e che  fra i Paesi dell’America Latina, Panama è quello che garantisce il miglior salario minimo.

In Colombia si è riconfermato, lo scorso 15 giugno, il presidente uscente Juan Manuel Santos, che ha vinto al ballottaggio con il 51 Juan_Manuel_Santos_Calderon_Colombiaper cento dei voti. Di origini benestanti, Juan Manuel Santos è appoggiato dalla borghesia di Bogotà ed è il principale artefice delle trattative con le Farc, il gruppo terroristico di estrema sinistra che da 50 anni incarna la ribellione contro il governo. Il suo sfidante Óscar Iván Zuluaga, ex ministro dell’economia, ha invece sempre manifestato intransigenza nei confronti della guerriglia e contrarietà ad ogni iniziativa di pace con le Farc. Tanto che, durante la sua campagna elettorale, aveva promesso l’interruzione dei negoziati di pace. Per contro, Santos ha espresso la volontà di estendere il dialogo pacifista anche a un altro gruppo di ribelli, quello dell’Esercito di liberazione nazionale.

Anche se entrambi di destra, dunque, Santos e Zuluaga hanno avuto su questi temi un approccio molto diverso nei loro rispettivi programmi. Col timore poi che una vittoria di Zuluaga potesse far riesplodere in maniera violenta la guerra civile nel Paese, è corsa ad appoggiare l’agenda di pace di Santos anche la sinistra, che tuttavia si oppone alle politiche economiche del neo presidente, improntate come sono alla liberalizzazione dei commerci (come dimostrato dalle imponenti manifestazioni in occasione dell’entrata in vigore, due anni fa, del Trattato di libero scambio (TLC) con gli USA).

In Bolivia, invece, le elezioni presidenziali non hanno visto alcun testa a testa: ha stravinto Evo Morales, ottenendo oltre il 60% dei voti. Per Morales, primo presidente indigeno della Bolivia, si tratta del terzo mandato consecutivo.

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Evo Morales

Morales ha dedicato la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente del Venezuela Hugo Chávez. “Questa vittoria è un trionfo per gli anticolonialisti e antimperialisti”, ha detto Morales. Al potere dal 2006, Evo Morales ha fondato tutta la sua politica di governo su un messaggio indigenista e antistatunitense. C’è da dire che da quando Morales è salito al potere il Pil della Bolivia è triplicato, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà è calato del 25 per cento e l’analfabetismo è pressoché sparito. La Bolivia, dove gli indigeni rappresentano i due terzi della popolazione, basa la sua economia sulle esportazioni, soprattutto quelle di petrolio, gas (il paese contiene la seconda riserva di gas naturale della regione) e minerali. E è stato proprio l’aumento dei costi delle materie prime a far schizzare il Pil boliviano. Fatto sta che Morales, i fondi a sua disposizione li ha utilizzati per finanziare lo stato sociale. Con il risultato di aver peraltro aumentato i consensi tra le fasce più deboli della popolazione.
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In Brasile si voterà per il secondo turno domani, 26 ottobre: si sfideranno, in un ballottaggio dall’esito per nulla scontato, Dilma Rousseff e Aécio Neves. La Rousseff è presidente uscente e leader del Partito dei lavoratori, mentre Aécio Neves, del Partito socialdemocratico (Psdb), è un’economista di orientamento liberale e centrista, ha governato per due mandati Minas Gerais, il secondo Stato più popoloso del Brasile, lasciando l’incarico nel 2010 con un tasso di gradimento al di sopra del 90%.

Dopo 15 anni di governo del PT (Lula e Dilma), il Brasile esce sicuramente meno povero, la classe media è cresciuta e il paese ha acquisito una nuova fisionomia. Dilma dunque punta tutto proprio sull’eredità di una politica che ha sottratto, nel corso degli anni, 40 milioni di brasiliani alla povertà grazie a forti politiche sociali. Ma è proprio la nuova classe media, forte di una maggiore consapevolezza, a protestare più vigorosamente contro l’operato di Dilma. Chiedendo sanità, previdenza, infrastrutture e educazione.

A conferma del diffuso malcontento, le manifestazioni dello scorso giugno, innescate dall’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici. Inoltre, la corruzione dilagante dei politici, il rallentamento della crescita degli ultimi anni, l’alta inflazione seguita da una bassa produttività e il deprezzamento del real, hanno contribuito a destabilizzare il paese anche sul piano internazionale. Uno dei cavalli di battaglia del governo Dilma è stata la Borsa famiglia, ovvero il piano di sussidi a favore dei nuclei meno abbienti. Lo sfidante Neves ha proposto di renderlo un finanziamento permanente, togliendo in questo modo una ulteriore arma, forse la più forte, alla presidente uscente.

Queste elezioni dividono in due il Paese. Aécio Neves, che ha il sostegno dell’establishment industriale e finanziario, propone un programma liberista di riforme fiscali ed economiche per contrastare stagnazione e inflazione prodotte dalle politiche interventiste, fiscali e pubbliche del governo di Dilma. Neves, conservatore e filo statunitense, si dichiara invece pronto a sottoscrivere accordi di cooperazione con gli Stati Uniti, mentre il Brasile, prima quello di Lula e poi quello di Dilma Rousseff, ha spostato l’asse commerciale verso oriente.

In campo, in queste presidenziali, si sono viste due culture politiche, che si sono scontrate anche molto duramente. E l’arena, in questi giorni, si è scaldata a tal punto che i due sfidanti si sono lanciati pesanti accuse reciproche. Secondo i sondaggi dell’istituto Datafolha, la Rousseff sarebbe in vantaggio rispetto al suo sfidante di centro destra. Alla diffusione dei dati la Borsa di San Paolo ha reagito con un crollo del 3,24%, mentre il real si è deprezzato rispetto al dollaro al suo livello più basso dal 2008. Non resta che attendere il risultato delle votazioni per sapere, forse, quale sarà il ruolo del Brasile sullo scacchiere internazionale e quali prospettive si apriranno per i Paesi Brics.

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José Alberto Mujica e Tabaré Ramón Vázquez Rosas

Il 26 ottobre un altro paese sudamericano andrà al voto. Si tratta dell’Uruguay, che, a differenza del gigante brasiliano, conta appena 3 milioni e mezzo di abitanti e 176 mila chilometri quadrati. l’Uruguay ha attirato l’attenzione mondiale per la personalità dell’attuale presidente, Mujica. Il quale ha adottato leggi come “rivoluzionarie” come quelle sulla depenalizzazione dell’aborto, la legalizzazione della vendita di marijuana e il matrimonio paritario. Il candidato del Frente Amplio, partito del presidente uscente, è Tabaré Ramón Vázquez Rosas, 75 anni, già presidente e oncologo. Dall’altra parte Louis La Calle Pou, 41enne espresso dal Partido Nacional, conservatore e centrista, che ha giocato la carta del cambiamento e del rinnovamento generazionale. D’altrocanto Vázquez non si può certo definire “nuovo”, emoziona poco e non tiene testa alla fama di Mujica. Inoltre sembra voler cavalcare l’onda dei successi conseguiti durante il suo precedente mandato presidenziale.

In Uruguay, negli ultimi anni, le condizioni di vita sono migliorate, gli stipendi sono raddoppiati e l’istruzione si è notevolmente diffusa. In questo quadro, però, rimane alta l’inflazione che, in concorso con dinamiche monetarie negative, sta erodendo il nuovo potere d’acquisto della popolazione. Forse è per questo che il candidato del centro-destra, La Calle Pou, con le promesse di investimenti e di apertura internazionale, rischia di battere il candidato di sinistra Vázquez. In ogni caso, che vada al potere l’uno o l’altro non ha importanza. Anche l’Uruguay compirà le sue scelte alzando lo sguardo oltre le proprie frontiere.

Il quadro che si potrebbe andare a delineare in Sudamerica è insomma quello in cui proseguirà una predominanza di governi democratici popolari di sinistra. Che, va detto, hanno prodotto cambiamenti significativi nella qualità della vita di ampi segmenti della società: la povertà è diminuita in buona parte delle regioni e le condizioni di vita sono generalmente migliorate. Ma è anche cresciuta l’influenza politica sulla scena mondiale del Sudamerica.

In un articolo de Le Monde Diplomatique, Frei Betto teologo, scrittore e attivista brasiliano, uno dei teologi della liberazione più famosi al mondo,  così si esprime: “Da un punto di vista storico, è la prima volta che così tanti governi del Continente si tengono lontano dai dettami della Casa Bianca. E’ anche la prima volta che si creano istituzioni continentali e regionali (ALBA, CELAC, UNASUR, ecc) senza la presenza degli Stati Uniti. 
Ciò costituisce una riduzione dell’influenza imperialista in America Latina, intesa come la predominanza di uno Stato rispetto ad un altro. 
Tuttavia, un’altra forma di imperialismo prevale in America Latina: il dominio del capitale finanziario, incentrato sulla riproduzione e la concentrazione del grande capitale, che si basa sulla potenza dei loro paesi d’origine per promuovere, da parte dei paesi ospitanti, l’esportazione di capitali, merci e tecnologie, e appropriarsi delle ricchezze naturali e del valore aggiunto. 
C’è stato un cambiamento dalla sottomissione politica alla sottomissione economica”.

 


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