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Facebook e quello sbalconato di Zucky, tra faccine e nuovi slang

10 marzo 2016

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Ero al bar poco fa. Nulla di strano, del resto ogni mattina bevo il caffè lì. Ma nel bar dove vado io, trovo sempre “Leggo” sul tavolino; una fonte di notizie molto interessanti. Alla pagina 5 di oggi c’è un articolo sul mio amico Zucky. Amico perché, lo sapete, ho un debole per i fenomeni “social”, diciamo così. E lui è il re assoluto dei social. E come ogni re, è attento a quello che accade nel proprio regno: come il suo popolo parla, come comunica, come vive, cosa compra, quando tromba e quanto (e con chi), dove va in vacanza, se ha gattini pelosi e via dicendo. Zucky è talmente attento, che pare abbia intenzione, così dice la notizia, di  prevedere se un vocabolo puo’ diventare popolare prima che lo diventi veramente. I re moderni, si sa, hanno a disposizione una serie di armi non convenzionali. E quella di Zucky non si chiama mago Merlino, ma Algoritmo.

Sì, gli è stato concesso un brevetto per un software in grado di costruire un dizionario di termini slang utilizzati dagli utenti nel social network. Così lui potrà scansire tutte le parole uniche usate dai suoi utenti nei post e commenti, e stabilire se queste parole hanno un significato particolare tra un piccolo gruppo di persone. E così, una volta che il software avrà stabilito che il neologismo non è ancora associato ad una particolare definizione, aggiungerà la parola ad un glossario di nuovi termini. Forse sta cavalcando l’onda lunga del Petaloso, chissà.

Ma facciamo un esempio. Se vi dico: “Io lollavo a veder quel pelfie imho orrendo“, voi, cosa pensate? Che rollavo mentre mi facevo un selfie bevendo rum? Che ascoltavo il movimento pelvico scendendo dal treno? Naa, niente di tutto ciò. In verità la traduzione di questa frase è: “Io ridevo di gusto a vedere quel selfie con l’amico a quattro zampe, a mio modesto parere orrendo”.  Ci sono, a quanto pare, dei termini che sono già in voga tra gli utenti più “ggggiòvani” e sono:

Lollare: ridere di gusto

Imho: dall’inglese “in my honest opinion” e sta per “a mio modesto parere”

Pelfie: selfie con l’amico a quattro zampe

Sbalconato: essere fuori di testa

Inscimmiarsi: ripetere qualcosa in modo ossessivo.

Fatto sta che prevedo un futuro complicato, almeno per me. Sono ancorata al tasto “mi piace” e a parole cadute ormai in disgrazia. E sinceramente, di questa adolescentizazzione del mondo, ne ho le scatole piene.

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Sgrunt, Boom, Gnam, Crash, Pow, Slurp, Chomp

25 febbraio 2016

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Ciao. Non potevo esimermi dal commentare i nuovi tasti di Facebook. Eh no.  E non me ne vogliate se bypasso il piccolo neologista Matteo ed il suo “petaloso”. Sui social è già sfilato di tutto e di più. Tant’è che il fiore, ormai, si è “spetalato”. Ma torniamo ai nuovi tasti di Zuchy. Si chiamano Reactions, lo sapete già. C’è il cuore, c’è la faccetta col sorriso beffardo, c’è quello stupito, quello che piange e c’è l’incazzato. Le cose da dire non sono poi tante. La prima, che salta all’occhio (almeno, al mio di occhio), è che sono davvero brutte. Tutte quante. Anzi, sono orrende. Santi emoji,  se proprio dovevano inserire una novità di portata mondiale, perchè scegliere delle facce così obsolete? Che sanno di vecchio, di antico. Insomma, sembrano uscite dagli anni ’80. A parte il cuore che è un cuore e basta. Ma anche su quello si poteva fare di meglio. Con tutti quei cervelloni del marketing, dico. 

Andiamo avanti. Le “Reactions”, per chi non riuscisse a capire cosa esprimono, hanno le didascalie: “Love, Haha, Wow, Sigh o Grr”. Non fanno una piega. E infatti molti giornali titolano così: “Reactions: così Facebook semplifica i nostri stati d’animo con i disegnini”. Sì, però a me complica tutto. Ad esempio no, se qualcuno scrive una boiata su FB, chessò, che pure Renzi è diventato vegano,  e io pigio l’onomatopeico “Grrr”. Cosa penseranno? Che ce l’ho con Renzi perché è diventato vegano o che ce l’ho con l’autore del post perché ritengo che scriva stronzate?  E poi, quel sorrisetto “Haha”, che sa più di “Hehe”con la faccina che somiglia a un Manga, non calza proprio una risata felice. Sembra un riso di scherno, quello. Per non parlare, poi, del tempo che impiegheremo a scandagliare l’elenco di chi ha cliccato cosa. Un gran macello. E si apriranno quesiti nuovi ed equivoci imbarazzanti.

Son dubbi, questi, che mi attanagliano l’esistenza da ieri. Insomma, non mi ci trovo. Capisco che non ha senso alzare un pollice quando qualcuno scrive che gli è morto il gatto. E che, con i tempi che corrono, bisogna condensare le reazioni in un solo gesto; sì, perché prima di questa “rivoluzione”, dovevamo inserire un’alternativa al pollice in sù. E questo costava molta, molta fatica. Scrivere, mettere in fila tre parole per esprimere uno stralcio di argomentazione.

Mah, sarebbe stato politicamente scorretto, ma più semplice, avere a disposizione il pollice verso. Come nelle arene dei gladiatori: pollice in sù….pollice in giù. In fondo, FB altro non è che una grande arena. Che poi, concludo con una ovvietà, la rapidità e la declinazione emotiva servono alla profilatura; servono agli inserzionisti, che da oggi in poi avranno una utenza più segmentata. Io rimango in attesa, speranzosa, del tasto dito medio.

immagine copertina Calvin e Hobbes

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Lettera dal pianeta Facebukistan

25 marzo 2015

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In una Galassia lontana lontana, in mezzo ad una fitta nebbia cosmica lasciata da  innumerevoli Ere Analogiche, galleggia indisturbato un pianeta relativamente nuovo. E’ tutto blu ed è nato già con una discreta quantità di abitanti. Questi, frastornati per il vertiginoso aumento di stelle nella galassia, cercano di sopravvivere nel loro bel pianeta blu per non finire estinti o peggio ancora essere espulsi. Dimenticavamo però di dirvi il nome del pianeta. Si chiama Facebukistan ed è un luogo dove la tristezza pare non esista. Se di tanto in tanto affiora, ciò accade grazie al coraggioso coming out di taluni abitanti (un filo ribelli, diciamocelo!), che hanno osato confessare un “sono triste”.

I confini di questo pianeta sono smisurati e nelle dogane, sempre aperte, ti accolgono con il sorriso. Basta mettere qualche firmetta, una qui, un’altra lì: ma poi, in fondo, chi non la metterebbe per vivere in un pianeta pieno di gente figa? C’è un unico incoveniente, che gli abitanti del pianeta blu non viene spiegato, e che probabilmente si può leggere nelle lettere lillipuziane del contratto: appena ti trasferisci lì, diventi un dato. E per giunta la privacy la devi lasciare ai doganieri. Tutto il resto è benvenuto.

E a proposito di confini, i governanti di Facebukistan sono molto ambiziosi: fin da subito hanno operato una politica di espansione, non esitando a schiacciare chiunque tenti di ostacolare l’avanzata del pianeta blu. Per raggiungere lo scopo i governanti utilizzano anche una propaganda molto efficace, che ingenera la convinzione che non esista in tutta la galassia un pianeta migliore dove vivere felicemente e condividere tutto. A chi non ama Facebukistan resta solo la desolazione e l’abbandono della fredda galassia.

Ad ogni modo, a Facebukistan, tutti hanno tanti amici e sono sempre disposti ad accettarne di nuovi. Come in una vera comunità. Le cose che gli abitanti fanno di più, in un clima sempre divertente e festoso, sono viaggiare, cucinare tante ricette ma soprattutto impiattare bene, portare a spasso i propri cani, coccolare i gattini, giocare con i propri bambini (che generalmente sono bimbi prodigio), passeggiare mano nella mano con le fidanzate (che generalmente sono belle). E poi amano condividere le proprie passioni e le performance raggiunte (che generalmente sono stupefacenti). Con tutti, indiscriminatamente. Poi il pianeta blu si caratterizza per un aspetto davvero singolare: tutti esprimono opinioni su tutto, mettendo becco in ogni dove. Ah, e poi l’amore per la fotografia è dilagante. Al punto che sul pianeta blu sono tutti sempre intenti a documentare viaggi, piatti buoni e ben serviti, i propri cani,  i gattini coccoloni,  i propri bambini (prodigio) e le fidanzate (belle). Anche se quelle belle per lo più ci pensano da sole ad esibire il proprio fascino.

Sì, perché a Facebukistan esiste una pratica molto in voga denominata Sell-fig, che consiste nello scattare foto a sè stessi, poi stamparle su grandi outdoors e piazzarle sulle vie principali dove scorre il traffico. Ci sono inoltre corsi che insegnano come fotografarsi al meglio e tecniche ben precise per apparire belli, sani e suadenti. E’ molto importante che tutti vedano questi cartelloni e che dicano tante volte che piace. O che piace molto. Questo rende gli abitanti del Facebukistan appagati.

Ed è anche per questa felicità diffusa e profusa che a Facebukistan non ci sono alternative alla parola “mi piace”. La felicità è un affare così serio che per non intaccare il clima di ottimismo le autorità hanno consentito solo la possibilità di ricredersi. Ma non già di esprimere un “non mi piace”, un “detesto” o addirittura un “mi fa orrore”.

Dunque l’attività principale è la condivisione. Di solito si condividono foto e frasi in modo tale che a chiunque, anche al più distratto, non possano sfuggire. E in questo pianeta dove tutto si condivide, la moneta, per così dire, di scambio, è la Visibilità (si, è talmente importante che la legge costringe ad utilizzare la maiuscola). Con essa si hanno poi inumerevoli “followers”, amici e, come è ovvio che sia da quelle parti, montagne di “mi piace”. Ed essendo quello un mondo capitalista, vige la legge del più forte. O del più figo.

Essì, a Facebukistan le cifre sono importanti! Così importanti che si è deciso che ogni cosa che viene detta, pubblicata, urlata o sussurrata, sarà indistruttibile. In una sorta di condanna all’esistenza digitale eterna. E con essa alla vita eterna. Mica si scherza da quelle parti. No, no.

In un pianeta così felice viene da chiedersi quale sia il passatempo preferito degli abitanti. Osservando bene si capisce che è il consumare cose. Si consumano frasi, immagini, video, barzellette, pettegolezzi, fandonie, preconcetti, xenofobie, prese di posizione, slogan, citazioni, stronzate collosali, bufale e pensieri. “A cosa stai pensando?'” chiedono continuamente gli uni agli altri. E così passano i giorni, i mesi e gli anni.

E dunque, come succede anche agli altri pianeti della Galassia, gli abitanti di Facebukistan cominciano ad invecchiare. I più giovani, scalpitanti e alla ricerca di stimoli nuovi per appagare il proprio ego, migrano in altre Galassie e lasciano a Facebukistan genitori e nonni. Tempi duri, insomma…

Cosa succederà agli abitanti di Facebukistan? Attenderanno forse un nuovo Big Bang digitale?

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 orse…

 

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Accedere a Facebook dal Deep Web: tra pedofili, spacciatori e dissidenti

12 novembre 2014

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Facebook è come una malattia infettiva, dicono alcuni, tanto per fare un parallelismo calzante di questi tempi. E dunque, come tale, potrebbe anche sgonfiarsi nel giro di pochi anni. Uno scenario, questo, evocato anche di recente dai media. Causato dalla concorrenza spietata? O dalla perdita di appeal nei confronti dei più giovani, costretti a condividere la piazza virtuale con genitori e parenti che si fingono discreti ma in verità diventano dei “controllori”?

Baggianate frutto degli allarmisti e dei titolisti. Perché  i dati sono tutt’altro che negativi: Facebook ha registrato nel terzo trimestre 2014  un utile netto di 806 milioni di dollari (30 centesimi per azione), in crescita del 90% rispetto ai 425 milioni (17 centesimi per azione) di un anno fa. Inoltre gli utenti mensili attivi “sono cresciuti costantemente raggiungendo nell’ultimo trimestre quota 1,35 miliardi, contro 1,32 miliardi del secondo trimestre e 1,19 miliardi di un anno fa”. 

E questo grazie anche all’aumento dei ricavi pubblicitari da dispositivi mobili, che sono passati dal 62% del secondo trimestre (erano il 49% un anno fa) al 66%. Secondo eMarketer, infatti, entro la fine dell’anno, Facebook controllerà il 20%  del mercato della raccolta pubblicitaria via internet su dispositivi mobili. E a pagarne le conseguenze è Google, il maggior concorrente, che vede ridimensionata la sua quota di mercato, passata dal 50% di due anni fa al 45% attuale. Dunque la creatura di Zuckerberg cresce e gode di ottima salute.

E infatti  la mole di innovazioni che Mark Zuckerberg e il suo team stanno sviluppando cresce inesorabile. Suggellata dal passaggio, lo scorso giugno, del CEO di PayPal, David Marcus, alla corte di Zuckerberg. Basti pensare al fatto che Messenger è diventato di fatto obbligatorio da utilizzare se si vuole leggere un messaggio privato su Facebook. Scelta non casuale, considerate le voci secondo cui Messenger Facebook, tra non molto, potrebbe permettere di effettuare i pagamenti on line. Facendo così concorrenza spietata ad ApplePay. Altro esempio della “rivoluzione” in atto in casa Zuckerberg è il testing per l’inserimento del Buy Button direttamente dentro Facebook. La strategia, anche in questo caso, è chiara: potenziare il settore della comunicazione mobile, che è il motore attraverso il quale realizzare l’ambizioso progetto di Facebook di collegare tutto il mondo.

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E per collegare proprio tutti, anche quelli che subiscono la censura da parte di governi autoritari (vedi Cina, Iran, Corea del Nord, Vietnam e tutti quei paesi dotati di cyber-polizia che controllano le pagine e video, censurandone una parte) Facebook ha deciso di tuffarsi nel Deep Web. Si tratta di quella parte di internet inaccessibile ai comuni strumenti che usiamo per navigare e che non può essere indicizzata dai motori di ricerca come Google. Facebook apre così le porte alla rete dell’anonimato, diventando il primo sito legalmente riconosciuto a lanciare una URL ad hoc per il browser Tor.

Scaricare TOR  è una operazione estremamente facile. Io stessa ho impiegato pochissimi minuti a farla e in questo momento sto navigando in assoluto anonimato. Perché TOR, un acronimo di The Onion Router, è un sistema di anonimizzazione che permette di nascondere, gratuitamente, il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete. Questo è possibile grazie alle deviazioni  del traffico, che viene fatto rimbalzare da da vari computer sparsi nel mondo. Rendendo in tal modo la connessione molto più difficile da rintracciare e creando così le condizioni per aggirare la censura e la sorveglianza.

Questo giochetto ha permesso a siti come «Freedom Hosting» – chiuso a seguito di un “blitz” dell’FBI e considerato «il più grande distributore di pornografia infantile del pianeta» – di farsi bellamente i comodi propri.  Ed è dei giorni scorsi la notizia dell’arresto a San Francisco di Ross William Ulbricht, 26 anni, presunto amministratore di Silk road 2.0, la piattaforma del Deep Web che aveva sostituito Silk Road e che permetteva di comprare illegalmente armi e droga, per un giro d’affari da 8 milioni di dollari al mese e 150 mila utenti attivi.

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Al di là degli abusi, il tuffo di Zuckerberg nel Deep Web, oltre agli evidenti incrementi di utenti per Facebook, potrebbe permettere a milioni di persone sotto lo scacco della censura di denunciare ingiustizie e soprusi perpetrati dai rispettivi paesi.  Zuckerberg sostiene, infatti, che sono principalmente motivi di sicurezza e privacy che hanno portato ad aprire le porte alla rete dell’anonimato.

E chi si serve di falsi profili, invadendo la rete di porcherie varie come il phishing, le truffe, il furto di identità,  i vari spam, l’abuso di file-sharing, la diffusione di contenuti inappropriati e la pedofilia? Tranquilli, ora accedendo a Facebook tramite TOR (facebookcorewwwi.onion),  si sentirà  molto più al sicuro.

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Paper e il futuro della (dis)informazione

11 aprile 2014

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“Facebook non è più un social network, è un distributore di notizie che ti interessano o di cui comunque la gente parla.” Una frase pescata a caso dal web, emblematica di come oggi si guarda all’informazione. La frase si riferisce infatti alle caratteristiche e potenzialità di Paper, la nuova applicazione di Facebook per iPhone, lanciata il 3 febbraio scorso negli USA: una App che dà la possibilità, in modo certamente smart, di organizzare e sfogliare i contenuti  pubblicati su Facebook dai propri amici e dalle pagine seguite. E che consente di essere aggiornati su temi di proprio interesse, come notizie di attualità dei più influenti quotidiani, lo sport, la tecnologia o la musica. Dodici in tutto le aree tematiche per creare il proprio “Paper”. E costruire così l’informazione personalizzata.

I contenuti proposti agli utenti sono selezionati grazie ad un algoritmo ed al lavoro di  curatorieditoriali in carne ed ossa, i cosiddetti “professionisti della comunicazione”, che passano al setaccio la rete per proporre le “storie migliori” per ciascun argomento. Chi siano esattamente questi redattori non è dato sapere. Quello che è noto, invece, è che dopo soli due mesi dal lancio, Paper si ritrova appena al  76° posto su una classifica di 965 social networking negli Stati Uniti. “Tutto normale” sostiene Jillian Stefanki, il portavoce di Facebook, “fin dall’inizio il nostro obiettivo non era quello di fare grandi numeri, piuttosto di avere un feedback positivo dalle persone che utilizzano Paper. Di fatto l’obiettivo è quello di fidelizzare gli utenti e di lavorare per migliorare il prodotto strada facendo.”

Paper avrebbe anche dovuto fare lo sgambetto a Flipboard, l’app sua concorrente più vicina. Questa, invece, ha rilanciato. Sborsando, per l’aggregatore di news Zite, 60 milioni di dollari – più del doppio della cifra pagata da Cnn nel 2011 –  e puntando così a inglobare la tecnologia di Zite per essere in condizione di distribuire informazioni in base agli interessi degli utenti e alla loro attività sui social network.

cb0ab7c57c70377bcd423fb854ae33d1,61,1I giganti dei Social Network duellano dunque in arene virtuali  a colpi di algoritmi e redattori ombra pronti a confezionare i migliori pacchetti  di news personalizzate. Il tutto avviene, poi,  nel bel mezzo di una crisi dell’informazione tradizionale senza precedenti, caratterizzata da un calo non solo di fiducia da parte dei lettori, ma anche di vendite di quotidiani, che toccano un fondo difficile da recuperare. Causato peraltro anche da uno scadimento qualitativo dell’informazione proposta, che è evidente.

Una situazione, questa, che va a tutto vantaggio dell’informazione digitale, che placa però la sete di notizie “ready made”, accuratamente selezionate, nonché omologate. Fatte a nostra misura e piacimento senza neppure scuotere di un millimetro gli spiriti critici. Per vedere così, sempre più affievolita, specie tra i giovani, l’esigenza di poter fruire di un’informazione approfondita, originale e coraggiosa, lontana dal sempre più diffuso fenomeno del “copia-incolla”.

Vi ricordate le parole di Jack Dorsey, creatore di Twitter, fondatore e amministratore delegato di Square? Il quale, durante una conferenza internazionale di qualche anno fa, disse che lui non guarda più il TG, ma apre Twitter (contento lui…)?  Stiamo rischiando sempre più di affidare l’informazione a media digitali algoritmizzati che penetrano solo in maniera virtuale. Perché purtroppo abbiamo ormai tutti l’illusione che questa sia la vera informazione: globale, condivisa e omologata.

 

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