Crea sito

Archive | maggio, 2014

Video ufficiale dei mondiali 2014: una “fiesta” di latinos che di Brasile ha ben poco

24 maggio 2014

Commenti disabilitati su Video ufficiale dei mondiali 2014: una “fiesta” di latinos che di Brasile ha ben poco

I media italiani in questi ultimi giorni sono stati molto impegnati  a raccontare la cronaca del decadentismo politico di cosa, sorry, casa nostra. E giustamente non possono stare dietro a tutto. Così, dalle grinfie dei giornali e tv, è scappata la ciliegina sulla torta dei Mondiali di Calcio 2014: il video del brano ufficiale “We are one (Ole Ola)” . Cantato e interpretato da Pitbull – che non è un cane ma un rapper americano – Jennifer Lopez e la cantante pop brasiliana Claudia Leitte, il brano  è stato presentato lo scorso 16 maggio durante  lo show dei Billboard Music Awards.

Cominciamo innanzitutto col dire che il video è stato girato a  Miami. I Mondiali 2014 si giocheranno però in Brasile. Dunque ditemi voi, che c’entra Miami? Forse bastano due palme per fare un Brasile? Oppure la produzione non riteneva adatta una location  come la baia di Rio, tanto per citarne una?  Ve ne dico altre, le prime che mi vengono in mente, và: Amazzonia, Cascate di Iguaçu,  Salvador di Bahia, spiaggia di Ipanema, isola di Fernando de Noronha, la cosmopolita São Paulo, la città storica di Ouro Preto, il Pantanal, la zona di Jericoacoara, la Chapada Diamantina, una delle più incredibili (e sconosciute all’estero) attrazioni naturali dell’intero paese. Magari, banalmente, la dea dei latinos, la potente Jennifer, ha preferito non allontanarsi troppo da casa per girare la clip. Chissà.

Sta di fatto che l’immagine che ne viene fuori  è sempre la stessa. Ossia quella di un Brasile scontato, article-2557218-1B69665E00000578-852_634x492caratterizzato dai soliti clichè che girano all’estero: donne e calcio, calcio e donne. Che tradotto nella mente di tanti significa sesso e divertimento, divertimento e sesso. Per carità, è pur sempre vero che lì ci sono donne stupende e piedi che sanno fare magie con un pallone. Ma non poteva essere mostrato, almeno questa volta e in mondo visione, che la cultura brasiliana è ricca anche di altro? I brasiliani, già logorati da tanta polemica e malcontento per questi mondiali, non si meritavano di essere rappresentati con un pizzico di originalità in più? E infatti  hanno tutti storto il naso. Per una serie di motivi.

A cominciare dalla scelta dei cantanti: Pitbull, che peraltro canta in inglese, era, fino a qualche giorno fa, un perfetto sconosciuto per almeno – voglio essere poco generosa – l’80% della popolazione brasiliana. Perché scegliere un rapper americano dico io? Dove sono finite le migliori voci della musica “popular brasileira”? A fare concerti qui da noi, forse. Bastava pescare a caso nel mucchio di artisti locali noti che ne trovavi sicuramente uno migliore di Pitbull!

Poi c’è l’abbondante e costosa Jennifer, che non abbisogna di presentazioni. Ma porca miseria, è diventata come lo scalogno. Ce la mettono dappertutto, anche dove non dovrebbe esserci! E alla fine arriva Claudia Leitte, l’unica artista brasiliana nel video, peraltro poco amata dai suoi stessi connazionali. Sarà per questo che Pitbull l’ha tagliata fuori dalla foto che ha postato sul suo profilo Facebook? Gaffe che ha scatenato un putiferio generale in rete. Ma almeno la Leitte canta in portoghese, e la si sente per ben 20 (venti!!) secondi su un totale di 4 minuti. Il ritmo del brano poi è una sottospecie di batucada tecno-trash-pop, pieno di contaminazioni dure che hanno poco a che fare con le radici della musica considerata tra le più belle al mondo. Insomma, un vero disastro.

milk

La foto pubblicata sul profilo facebook di Pitbull. In evidenza il braccio di Claudia Leitte.

Immancabile tutta la solita serie di flash sui giocatori, sulle bandiere di varie nazioni, su piedi che tirano, rubano e driblano, il tutto magistralmente offuscato dal moto ondoso-oscillatorio e ipnotico delle chiappe delle due fanciulle che ballano, al ritmo di tecno-trash-samba, affianco a Pitbull. Ma io, forse più immune a quel genere di sculettamento che calamita anche gli sguardi femminili, mi sono divertita a giocare a “trova l’intruso”. E infatti, dopo qualche secondo, si vedono sventolare le bandiere di Cuba, nazione che non ha mai partecipato ad alcun mondiale di calcio. Ma che c’entra pure Cuba? Ho scoperto solo dopo che la vera star del video, Pitbull, è americano di orgini cubane. Probabilmente la produzione le ha messe sperando in uno sconticino.

 Immaginate per un secondo di aver avuto, al posto di “Notti Magiche” della Giannini e Bennato, un brano e un video interpretati dal rapper inglese Dirty Dike (Dirty che?), Lady Gaga e, dulcis in fundo (ma molto in fundo) Anna Tatangelo. Con inquadrature continue di pizzerie napoletane e di femminoni stile Dolce e Gabbana dalle prosperose tette che succhiano limoni nella calura “di un’estate italiana”. Rende forse meglio l’idea?

Peccato, perché quel video è l’ennesima occasione persa. Rappresentando purtroppo solo una grande “fiesta” di latinos girata a Miami, dove al posto delle caipirinhas si bevono dei gran cuba libre. Di verdeouro lì c’è solo il colore delle bandiere. E di tutte le bellezze che il Brasile possiede, in quel video, se ne inquadrano solamente due. No, non mi riferisco a quelle…Ma al flash, della durata di un battito di ciglia, sulla splendida baia di Rio e sul Cristo Redentor. Il resto è solo sesso e divertimento, Ole Olà.

Continue reading...

“Nutrire il Pianeta” a suon di salsiccia calabrese e birra

19 maggio 2014

2 Comments

securedownload-9

Il tema dell’expo  Milano 2015, “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, affronta il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come “momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità (…)E’ possibile garantire cibo e acqua alla popolazione mondiale? Aumentare la sicurezza alimentare? Proporre nuove soluzioni e nuove prospettive in grado di tutelare la biodiversità del Pianeta?

Certo che è possibile! E Pisapia non ha dubbi sulla formula da utilizzare.  A cominciare dalla corsa contro il tempo per terminare i lavori dell’Expo Gate nell’area Castello-Cairoli: modificando la viabilità del centro e inaugurando l’ormai tanto discusso “cancello” – tra palloncini, maschere, parate, cabaret – il tutto condito dall’entrata in scena degli chef stellatissimi Andrea Berton, Carlo Cracco e Davide Oldani, che hanno deliziato i cittadini il giorno della cerimonia ufficiale, cucinando un risotto allo zafferano preparato con spezie da tutto il mondo.

securedownload-8

Fin qui tutto bene, anche se, abbassando lo sguardo, si potevano vedere (e se ne vedono ancora) in giro cazzuole e pennelli sporchi di pittura fresca, viti sparse qua e là e mucchietti di calcinacci nascosti “sotto al tappeto”.

Ma una volta calato il sipario dei grandi festeggiamenti (o forse per evitare cali di zuccheri  da parte dei visitatori?) il Comune di Milano ha pensato bene di allestire, nella nuovissima zona pedonale che sorge alle spalle dell’Expo Gate, il Mercato Universale: una fiera  dell’enogastronomia denoialtri “tra artigianato, moda e sapori”, che di Universale ha ben poco ma di Mercato tanto.

Sì, perché passeggiando tra le bancarelle è impossibile non imbattersi, oltre che negli odori nauseabondi di frittura misti a urina, nella grande offerta di cibi spazzatura: salsicce dall’origine sospetta, patate surgelate e fritte come se piovessero, hot dog in batteria, birra tedesca allungata con acqua (quella del sindaco però) e una variegata scelta tra i piatti più pesanti della cucina internazionale e nostrana. Immancabile lo stand che offre churrasco brasiliano, che ci sta come il cavolo a merenda, tanto per dire. Ma i Mondiali sono ormai alle porte (o alla porta) e un mega schermo e due mulatte non li si negano a nessuno.

securedownload

Per non parlare poi degli stand dedicati all’artigianato (locale? non locale? universale? boh…). Perché se il cibo offerto è poco attinente con il tema di Expo 2015, gli articoli esposti lo sono ancora meno. Perché si tratta perlopiù di una paccottiglia di cineserie e made in Italy di bassa qualità: si va dai fiori dai fiori secchi (perché si sa, la biodiversità è cosa da preservare) alle pantofole da casa (e qui tutto il mondo è paese), passando per i corpetti sadomaso in ecopelle (e qui ci riallacciamo all’altro grande tema di Expo 2015, quello della sostenibilità), fino ad arrivare alle sciarpe delle squadre di calcio. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Sarà forse stato un escamotage  del nostro caro sindaco per distogliere l’attenzione dei discreti e chiccosissimi abitanti della zona dal tanto famigerato “Gate” della discordia? Quello che non piace a nessuno? Quello che “mi fa riflesso quando batte il sole?” Credo proprio di sì, perché il puzzolente mercatino “Universale” ha offuscato ormai la bruttezza di Expo Gate.

A godere però ci sono loro, i clochard. O più meneghinamente parlando, i “barbun”: se vi capita di passare da quelle parti la mattina presto, li potete vedere all’opera, intenti a rovistare tra la spazzatura alla ricerca di un pezzo di picanha all’aglio o di qualche chicco di paella della bassa. Sarà, ma se penso che qualche metro più in là c’è l’Acquario Civico di Milano, padiglione costruito nel 1906 in occasione, appunto, dell’Expo mi viene lo sconforto.

 

1906_02

Non tanto perché ad oggi sia considerato uno degli edifici di maggior pregio e significato del liberty italiano, o perché sia il terzo acquario più antico d’Europa. Ma  per il fatto che possa non avere più il primato di “unico” padiglione costruito nel parco Sempione a non essere smantellato una volta conclusosi l’evento…

Continue reading...

Il #lavoroinvisibile delle donne

12 maggio 2014

Commenti disabilitati su Il #lavoroinvisibile delle donne

pari-opportunità

Nei paesi OCSE le mamme che lavorano dedicano mediamente 50% del tempo in più alla cura dei figli rispetto ai papà che non lavorano. Questo è solo uno dei dati, piuttosto significativi, emerso dal rapporto #LavoroInvisibile: “Verso l’ugualianza di genere nel lavoro di cura” presentato a Milano da Action Aid durante l’incontro pubblico con Valore D dal titolo “Pratiche di successo per un’italia che cura”. L’iniziativa aveva come finalità quella di “sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo e i diritti della donna e chiedere risposte alle Istituzioni e al mondo delle imprese.”

Più che le parole, sono i dati poco confortanti ad accendere i riflettori su un quadro che ancora stenta a cambiare. Quando si parla di differenza di genere si tende spesso a confinare la questione ad un ambito di mera rivendicazione femminile e le tante e ricorrenti enunciazioni di principio o le raccomandazioni fatte dalle Istituzioni europe in merito non sembrano trovare una concreta attuazione. Perché a livello europeo, le politiche tese ad indirizzare le azioni degli Stati membri non hanno un carattere coercitivo. E questo spiega come l’evoluzione verso una parità di genere differisca molto a seconda dei paesi. Basti pensare a come è tutelata la maternità: nei paesi dove è stato raggiunto un buon livello di uguaglianza in ambito lavorativo, come nel caso della Svezia e della Finlandia, si è passati dalla tutela della maternità per le donne lavoratrici alla tutela della genitorialità. Con la conseguenza di mettere sullo stesso piano la figura materna e paterna, sia a livello di “doveri” che di diritti.

Per quanto riguarda invece i servizi di cura all’infanzia, gli Stati dove esiste una disponibilità maggiore di servizi all’infanzia sono quelli in cui l’obbligo per la loro fornitura è previsto per legge. Nel rapporto presentato da Action Aid si legge che “in Italia non vi è l’obbligo per lo Stato di fornire servizi all’infanzia per bambini di età inferiore ai 6 anni. L’UE ha fissato degli obiettivi sull’offerta di posti in asili nido negli Stati membri, pari al 33% dei bambini di età tra 0 e 3 anni e al 90% dei bambini tra i 3 anni e i 6 anni. Danimarca, Svezia, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Belgio, Lussemburgo e Regno Unito risultano aver raggiunto il target relativo alla fascia di età 0-3 anni. L’Italia ha raggiunto solo l’obiettivo relativo alla fascia di età superiore ai 3 anni.”

Top ten dei paesi più virtuosi sull’uguaglianza di genere, 2013

1. Islanda

2. Finlandia

3. Norvegia

4. Svezia

5. Filippine.

6. Irlanda

7. Nuova Zelanda

8. Danimarca

9. Svizzera

10. Nicaragua

uguaglianzabf4Secondo il World Economic Forum, tra i 10 paesi più virtuosi in termini di uguaglianza di genere vi sono quattro membri dell’Unione europea. L’Italia si posiziona al 71° posto, alle spalle di Senegal, Tanzania, Uganda e Mozambico. Sulla cattiva performance incide soprattutto l’area delle opportunità a livello economico, in cui l’Italia ricopre addirittura il 97° posto sui 136 paesi analizzati.

Il lavoro domestico e di cura dei figli è purtroppo considerato ancora come un dovere delle donne. Ascritto com’è ad un ruolo che non necessita di riconoscimento economico perché percepito come la cosa “più naturale al mondo”. Questa visione è talmente radicata nel DNA della nostra società che siamo a un paradosso: oggi è molto più facile parlare di futuro, impresa, educazione che di conciliazione dei tempi di vita. Infatti è anche attraverso politiche attive con cui favorire la condivisione del lavoro familiare che può vedersi riconosciuta la parità di genere e il valore sociale ed economico del lavoro domestico.

Che non si costruisce certo con le quote rosa ma neppure e solo con pene più dure nei confronti di chi commette violenza fisica contro le donne. Abbandonare il proprio lavoro perché lo Sato non ti garantisce alternative durante il periodo della maternità è una violenza. Guadagnare, a parità di incarico, meno degli uomini è una violenza. Sfogliare ogni giorno i quotidiani e vedere solo volti di uomini, quelli che contano e quelli che non contano, e che contribuiscono a costruire, spesso male, il mondo che ci circonda, è una violenza. Ma anche vedere i troppo pochi volti di donne  legati per lo più a temi come la mercificazione del corpo, abusi sessuali o pubblicità di intimo costituisce una violenza.

E’ pur vero che i cambiamenti culturali richiedono tempo. E si sa,  una legislatura non è sufficiente a superare pregiudizi inconsci così fortemente radicati. Ma  l’auspicio è che in questo tempo di svolte facilmente annunciate, chi governa conduca una battaglia culturale seria sui temi della parità di genere. E che vada oltre gli slogan e i luoghi comuni. Contribuendo così allo sviluppo di una coscienza collettiva che abbracci il diritto delle donne ad affermare, prima ancora che i propri diritti, la propria umanità.

 

Continue reading...

Il gioco che ha tirato un calcio ai sogni

7 maggio 2014

1 Comment

pele-w-w-_goal

Sono nata e cresciuta nel paese del calcio. Dove il pallone era considerato alla stregua di un credo. Il calcio in quegli anni scandiva le nostre domeniche, quando si rientrava dal mare e capitava di stare ore in coda nella “Serra do Mar”. Allora, a tenerci compagnia in macchina, c’era la radiocronaca calcistica: un’infilata di parole dette senza punteggiatura, pronunciate senza pause, fino a far perdere il fiato. E che culminava in quel inconfondibile “gooooool” urlato in infinite declinazioni di “o”. Attendevo che la palla entrasse in rete solo per sentire esplodere quell’urlo. E a volte noi bambini facevamo a gara a chi riusciva a sostenere il fiato più a lungo, accompagnando il radiocronista nella sua folle allegria.

Il calcio era raccontato così, senza immagini. Che a pensarci bene non erano per nulla necessarie. Perché l’entusiasmo e l’emozione di quelle radiocronache infatti coinvolgevano tutti i nostri sensi. Era difficile rimanere indifferenti. Perché quelle voci erano capaci di seguire anche i piedi più veloci e talvolta imprendibili. Ascoltare il racconto del gol perfetto e attendere con gioia l’esplosione della torcida. Questo era il calcio per me da bambina.

Di molti giocatori, poi, non conoscevo nemmeno i volti. Anche perché le partite in tivù erano riprese da obiettivi meno potenti, le inquadrature erano  fatte da lontano. Era tutto più rozzo, se vogliamo. Come a calzare i piedi di quei campioni non erano scarpe personalizzate dai colori fluo. Non si vedevano nemmeno i tagli di capelli insoliti che si vedono oggi nelle teste dei giocatori. Le teste servivano per segnare, così come i piedi. Oggi, invece, i giocatori tendono a voler spesso essere dei personaggi, prima ancora che degli atleti. Ma non sono più dei miti. Almeno non per me.

Quando ero bambina la magia del calcio riusciva perfettamente perché nasceva nelle viscere dello stadio, tra i piedi di quei miti senza logo e nei tamburi ritmati della torcida. E viaggiando sulle onde delle frequenze radio, era capace  di contagiare milioni di brasiliani. Ci sentivamo parte di un unico e meraviglioso momento sportivo invidiato da tutto il mondo. Giocatori, torcida e popolo erano un tutt’uno.

Oggi il calcio si è purtroppo ridotto a un immensa macchina da soldi che, ben prima della violenza negli stadi, ne ha fatto svanire la magia. Quella magia capace di far sognare i bambini, come facevo io ogni volta che ascoltavo le radiocronache diventate ormai leggenda.

 

 

 

Continue reading...