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Archive | ottobre, 2014

Cina: le baby box sono una pratica condannabile o un diritto alla vita?

30 ottobre 2014

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La politica del figlio unico, introdotta in Cina nel 1979  in conseguenza delle politiche di pianificazione delle nascite, rappresenta uno dei più imponenti fenomeni di controllo di massa di tutti i tempi messi in atto da un regime. Nata per contrastare l’esponenziale aumento demografico della fine degli anni sessanta, la politica del figlio unico ha obbligato circa un terzo della popolazione cinese a rinunciare ad avere più di un bambino. La legge, infatti, costringeva gran parte delle coppie dei centri urbani ad avere un solo figlio, mentre permetteva alle coppie delle campagne di avere due figli, se il primo figlio era femmina.

I metodi utilizzati per mettere in atto il controllo sono stati a dir poco aberranti. Calpestando i più basilari diritti umani, sono state favorite pratiche come l’aborto forzato, applicate sterilizzazioni di massa, commessi infanticidi e torture. Tutto ciò in nome dello sviluppo economico del paese. Le cifre ufficiali del ministero della Salute di Pechino parlano di 336 milioni di aborti avvenuti dal 1979 e di 196 milioni di uomini e donne sterilizzati.

La politica di controllo delle nascite ha però avuto effetti “collaterali”: più che diminuire il numero di abitanti, ha causato forti alterazioni nell’equilibrio demografico. Una di queste è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione: secondo le proiezioni, nel 2050 oltre il 25% del miliardo e 300 milioni di cinesi avrà più di 65 anni. E un individuo in età lavorativa sarà potenzialmente responsabile – anche economicamente – per sei anziani, la coppia di genitori e le due di nonni.

Per invertire questo trend che potrebbe determinare, per un’economia emergente come quella cinese, una scarsità di manodopera che soddisfi la richiesta interna, nel 2013 il comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) ha approvato e dato avvio ad una riforma della politica demografica del figlio unico. Ora è così consentito alle coppie urbane in seno alle quali uno dei genitori non abbia fratelli né sorelle, di avere più di un figlio senza incorrere nel pagamento di sanzioni.

Si tratta solo di un allentamento della politica di pianificazione delle nascite, che alla fine non riguarderà in realtà un numero consistente di persone. Zhai Zhenwu, sociologo alla Renmin University of China, ha stimato che la misura riguarderà non più di 20 milioni di coppie. Numero che, se rapportato al miliardo e mezzo di abitanti della Cina suona come una goccia nel mare.

C’è poi da considerare che la politica del figlio unico ha determinato uno squilibrio tra il numero della popolazione maschile e femminile: secondo le stime ufficiali, nel 1982 la sex ratio (il rapporto tra numero di nascite maschili e femminili, ndr) in Cina si attestava a 108.5 (108,5 maschi per 100 femmine). Oggi, in alcune aree, il rapporto oscilla tra 130 e 140. In altre, supera addirittura quota 150.  Ciò, in conseguenza dei milioni di occultamenti di nascite di figlie femmine, moltissime delle quali sono state abbandonate.

parents-give-up-children-to-baby-hatches-in-charity-house-04-600x399Un fenomeno, quello degli abbandoni, che non riguarda solo le bambine, ma anche disabili o bambini malati. Secondo fonti ufficiali, solo nel 2012 in Cina sono stati abbandonati 570mila bambini. Tanto che, per far fronte a questa situazione e garantire cure più appropriate ai piccoli, nel luglio 2011 la Repubblica cinese ha deciso di sperimentare le “baby box”. Si tratta in sostanza di uno spazio di pochi metri quadrati collocato lungo le strade, con all’interno una incubatrice dotata di allarme. Una volta lasciato il neonato, ai genitori non resta che attivare l’allarme, che in realtà entra in funzione con un certo ritardo. Ciò per dare ai genitori il tempo necessario di scomparire nell’anonimato. Gli stessi genitori possono poi annotare sul “libro dei visitatori” un messaggio al proprio bambino o altre informazioni come la data di nascita o eventuali malattie contratte e vaccini fatti.

Insomma la “baby box” non sembra così dissimile dalla ruota degli esposti, presente in Europa fino ai primi del Novecento. Purtroppo, però, le strutture preposte all’accudimento di questi bambini salvati nelle baby box hanno una capacità di accoglimento limitata: dei 570 mila bambini abbandonati ogni anno solo 100 mila vengono assistiti e dei restanti 470mila si perdono le tracce. Molti di questi “nidi”, dunque, spesso sono costretti a chiudere per lunghi periodi perché raggiungono il limite di capienza. Un ospedale pubblico della ricca capitale del Guangdong è arrivato al punto di non accettare più bambini abbandonati: “Non abbiamo più soldi e i letti sono tutti pieni. Speriamo in un aiuto del governo”.

Sul tema si è acceso il dibattito, perché c’è timore che le baby box possano incoraggiare i genitori ad abbandonare i propri figli. Non la pensa così David Xiao, giornalista di Shenzhen, che su questo tema ha detto che “i genitori continueranno ad abbandonare i propri bambini, con o senza un posto sicuro dove lasciarli”, dopo aver intervistato molte giovani donne con gravidanze indesiderate. E aggiunge: “non posso dimenticare i bambini abbandonati che ho visto, vivi o morti. Sembrano tutti dei gattini, abbandonati come spazzatura. Le madri sono spesso migranti, senza istruzione e senza soldi. Partoriscono i figli in un bagno pubblico e poi li lasciano lì, oppure li strangolano”.

Un’ iniziativa, quella delle baby box, che da una speranza ai bambini abbandonati ma anche alle madri, per lo più lavoratrici migranti tra i 16 e i 23 anni, molte delle quali condannate per aver ucciso i propri neonati. E forse, più che stimolare il fenomeno dell’abbandono,  costituisce una possibilità e una risposta della società e delle istituzioni al diritto alla vita.

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America Latina: il 2014 sarà l’anno delle elezioni

25 ottobre 2014

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Per l’Amerca Latina il 2014 sarà ricordato come l’anno delle elezioni. A dare avvio alla serie di corse elettorali sono state le presidenziali in Costa Rica. Qui il candidato Luis Guillermo Solis, esponente della formazione di centrosinistra Partido Acción Ciudadana (PAC), si è aggiudicato il secondo turno con il 77,69% dei voti. Una vittoria scontata, considerando che la seconda tornata si è svolta in assenza di competitors per Solis. Il suo avversario, Johnny Araya, del Partito di liberazione nazionale (PLN), ha infatti rinunciato a sorpresa alla sfida del secondo turno, dove i sondaggi accreditavano Solis di una vittoria schiacciante.

Luis-Guillermo-Solis-Costa-Rica_ELFIMA20140406_0044_5Il Costa Rica è la democrazia più solida dell’intera America Centrale e ha sempre garantito ai suoi cittadini diritto all’istruzione, alle cure sanitarie ed alla tutela previdenziale. Il Costa Rica spicca poi per essere stato il primo paese al mondo ad abolire l’esercito e per una politica ambientale all’avanguardia. Ma la crisi si è fatta sentire anche in Costa Rica e con essa la sua spinta innovativa ha subito una battuta d’arresto. Cosicché Solís si ritrova al governo di un Paese in recessione con un alto debito pubblico. La sua sfida sarà dunque quella di rimettere in moto l’economia, anche attraverso l’adozione di politiche di attrazione di investimenti, e allo stesso tempo di  salvaguardare politiche sociali capaci di contenere  le crescenti povertà e disuguaglianza sociale.

In un’intervista rilasciata dopo il suo insediamento, Solis ha peraltro chiarito di voler rafforzare le relazioni con il Brasile e di volere diminuire la dipendenza economica dagli Stati Uniti. Questi i due passaggi al riguardo: «I precedenti presidenti del Costa Rica non hanno mai guardato a sud, io invece voglio farlo» e «Il Costa Rica non è cresciuto come avrebbe potuto perché gli Stati Uniti sono finiti in recessione. Voglio evitare che accada di nuovo».

In El Salvador, il paese più piccolo del Centroamerica, è stato eletto presidente, nel febbraio scorso, il candidato sanchez-ceren-300x187della sinistra Salvador Sanchez Ceren. L’ex comandante dei ribelli durante la guerra civile si è affermato con uno scarto di appena lo 0,2 per cento (pari a 6.634 voti) sul suo avversario, l’ex sindaco di El Salvador Norman Quijano. La campagna elettorale è stata dominata da temi come la lotta alla criminalità organizzata e la crescita economica. Sánchez Cerén da sempre sostiene che mirati interventi di welfare e di sostegno all’istruzione pubblica possano servire a ridurre il fenomeno delle maras (gruppi criminali del paese), che appunto nell’indigenza e nella carenza di istruzione trova il proprio terreno fertile.

Si pensi che El Salvador è uno dei paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo: secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia anti-droga delle Nazioni Unite (Unodc) stilato sulla base di dati del 2012, l’Honduras è il paese più violento del pianeta, con un tasso di 90,4 omicidi intenzionali ogni 100 mila abitanti. Seguono Venezuela (53,7), Belize (44,7) e El Salvador (41,2). I tassi superiori a venti sono considerati “gravi”. E infatti la campagna elettorale del candidato di destra, Quijano, è stata incentrata sui temi della sicurezza con proposte di impiego dell’esercito e delle forze speciali per contrastare la criminalità. In tutto ciò El Salvador, a più di vent’anni dalla fine della guerra civile, si conferma un paese fortemente diviso. E il nuovo presidente Ceren dovrà barcamenarsi tra la sua ammirazione per il progetto bolivariano dell’Alba (Alleanza bolivariana per le Americhe, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba) e la forte influenza che gli Stati Uniti esercitano su El Salvador.

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Juan Carlos Varela

A fare da contraltare a questi due presidenti di sinistra, è arrivata, lo scorso maggio, l’elezione a Panama del conservatore Juan Carlos Varela. Candidato del Partido Panameñista (Ppa) alleato con il minoritario Partido Popular, Varela, succede a Ricardo Martinelli, imprenditore alla guida del Panama dal 2009. Martinelli è balzato agli onori delle cronache italiane per la sua amicizia con Valter Lavitola – ex direttore dell’Avanti ed ex consulente di Finmeccanica designato da Berlusconi – sotto inchiesta da parte della procura di Napoli per un’ipotesi di corruzione internazionale per presunte tangenti a politici panamensi legate alla realizzazione di carceri ed all’acquisizione di appalti.

Varela, cinquantenne e vice presidente uscente, fabbricante di rum e fervente cattolico seguace dell’Opus Dei, è stato ministro delle Relazioni Estere di Panama durante la presidenza di Martinelli fino all’agosto del 2011, quando fu rimosso dall’incarico dallo stesso Martinelli (Varela infatti lo accusò di coprire atti di corruzione nel governo). Varela, conservatore e fautore del libero mercato, può contare su un trend di crescita del PIL pari al 9% annuo. Va poi ricordato che si attesta attorno al 4% il tasso di disoccupazione e che  fra i Paesi dell’America Latina, Panama è quello che garantisce il miglior salario minimo.

In Colombia si è riconfermato, lo scorso 15 giugno, il presidente uscente Juan Manuel Santos, che ha vinto al ballottaggio con il 51 Juan_Manuel_Santos_Calderon_Colombiaper cento dei voti. Di origini benestanti, Juan Manuel Santos è appoggiato dalla borghesia di Bogotà ed è il principale artefice delle trattative con le Farc, il gruppo terroristico di estrema sinistra che da 50 anni incarna la ribellione contro il governo. Il suo sfidante Óscar Iván Zuluaga, ex ministro dell’economia, ha invece sempre manifestato intransigenza nei confronti della guerriglia e contrarietà ad ogni iniziativa di pace con le Farc. Tanto che, durante la sua campagna elettorale, aveva promesso l’interruzione dei negoziati di pace. Per contro, Santos ha espresso la volontà di estendere il dialogo pacifista anche a un altro gruppo di ribelli, quello dell’Esercito di liberazione nazionale.

Anche se entrambi di destra, dunque, Santos e Zuluaga hanno avuto su questi temi un approccio molto diverso nei loro rispettivi programmi. Col timore poi che una vittoria di Zuluaga potesse far riesplodere in maniera violenta la guerra civile nel Paese, è corsa ad appoggiare l’agenda di pace di Santos anche la sinistra, che tuttavia si oppone alle politiche economiche del neo presidente, improntate come sono alla liberalizzazione dei commerci (come dimostrato dalle imponenti manifestazioni in occasione dell’entrata in vigore, due anni fa, del Trattato di libero scambio (TLC) con gli USA).

In Bolivia, invece, le elezioni presidenziali non hanno visto alcun testa a testa: ha stravinto Evo Morales, ottenendo oltre il 60% dei voti. Per Morales, primo presidente indigeno della Bolivia, si tratta del terzo mandato consecutivo.

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Evo Morales

Morales ha dedicato la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente del Venezuela Hugo Chávez. “Questa vittoria è un trionfo per gli anticolonialisti e antimperialisti”, ha detto Morales. Al potere dal 2006, Evo Morales ha fondato tutta la sua politica di governo su un messaggio indigenista e antistatunitense. C’è da dire che da quando Morales è salito al potere il Pil della Bolivia è triplicato, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà è calato del 25 per cento e l’analfabetismo è pressoché sparito. La Bolivia, dove gli indigeni rappresentano i due terzi della popolazione, basa la sua economia sulle esportazioni, soprattutto quelle di petrolio, gas (il paese contiene la seconda riserva di gas naturale della regione) e minerali. E è stato proprio l’aumento dei costi delle materie prime a far schizzare il Pil boliviano. Fatto sta che Morales, i fondi a sua disposizione li ha utilizzati per finanziare lo stato sociale. Con il risultato di aver peraltro aumentato i consensi tra le fasce più deboli della popolazione.
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In Brasile si voterà per il secondo turno domani, 26 ottobre: si sfideranno, in un ballottaggio dall’esito per nulla scontato, Dilma Rousseff e Aécio Neves. La Rousseff è presidente uscente e leader del Partito dei lavoratori, mentre Aécio Neves, del Partito socialdemocratico (Psdb), è un’economista di orientamento liberale e centrista, ha governato per due mandati Minas Gerais, il secondo Stato più popoloso del Brasile, lasciando l’incarico nel 2010 con un tasso di gradimento al di sopra del 90%.

Dopo 15 anni di governo del PT (Lula e Dilma), il Brasile esce sicuramente meno povero, la classe media è cresciuta e il paese ha acquisito una nuova fisionomia. Dilma dunque punta tutto proprio sull’eredità di una politica che ha sottratto, nel corso degli anni, 40 milioni di brasiliani alla povertà grazie a forti politiche sociali. Ma è proprio la nuova classe media, forte di una maggiore consapevolezza, a protestare più vigorosamente contro l’operato di Dilma. Chiedendo sanità, previdenza, infrastrutture e educazione.

A conferma del diffuso malcontento, le manifestazioni dello scorso giugno, innescate dall’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici. Inoltre, la corruzione dilagante dei politici, il rallentamento della crescita degli ultimi anni, l’alta inflazione seguita da una bassa produttività e il deprezzamento del real, hanno contribuito a destabilizzare il paese anche sul piano internazionale. Uno dei cavalli di battaglia del governo Dilma è stata la Borsa famiglia, ovvero il piano di sussidi a favore dei nuclei meno abbienti. Lo sfidante Neves ha proposto di renderlo un finanziamento permanente, togliendo in questo modo una ulteriore arma, forse la più forte, alla presidente uscente.

Queste elezioni dividono in due il Paese. Aécio Neves, che ha il sostegno dell’establishment industriale e finanziario, propone un programma liberista di riforme fiscali ed economiche per contrastare stagnazione e inflazione prodotte dalle politiche interventiste, fiscali e pubbliche del governo di Dilma. Neves, conservatore e filo statunitense, si dichiara invece pronto a sottoscrivere accordi di cooperazione con gli Stati Uniti, mentre il Brasile, prima quello di Lula e poi quello di Dilma Rousseff, ha spostato l’asse commerciale verso oriente.

In campo, in queste presidenziali, si sono viste due culture politiche, che si sono scontrate anche molto duramente. E l’arena, in questi giorni, si è scaldata a tal punto che i due sfidanti si sono lanciati pesanti accuse reciproche. Secondo i sondaggi dell’istituto Datafolha, la Rousseff sarebbe in vantaggio rispetto al suo sfidante di centro destra. Alla diffusione dei dati la Borsa di San Paolo ha reagito con un crollo del 3,24%, mentre il real si è deprezzato rispetto al dollaro al suo livello più basso dal 2008. Non resta che attendere il risultato delle votazioni per sapere, forse, quale sarà il ruolo del Brasile sullo scacchiere internazionale e quali prospettive si apriranno per i Paesi Brics.

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José Alberto Mujica e Tabaré Ramón Vázquez Rosas

Il 26 ottobre un altro paese sudamericano andrà al voto. Si tratta dell’Uruguay, che, a differenza del gigante brasiliano, conta appena 3 milioni e mezzo di abitanti e 176 mila chilometri quadrati. l’Uruguay ha attirato l’attenzione mondiale per la personalità dell’attuale presidente, Mujica. Il quale ha adottato leggi come “rivoluzionarie” come quelle sulla depenalizzazione dell’aborto, la legalizzazione della vendita di marijuana e il matrimonio paritario. Il candidato del Frente Amplio, partito del presidente uscente, è Tabaré Ramón Vázquez Rosas, 75 anni, già presidente e oncologo. Dall’altra parte Louis La Calle Pou, 41enne espresso dal Partido Nacional, conservatore e centrista, che ha giocato la carta del cambiamento e del rinnovamento generazionale. D’altrocanto Vázquez non si può certo definire “nuovo”, emoziona poco e non tiene testa alla fama di Mujica. Inoltre sembra voler cavalcare l’onda dei successi conseguiti durante il suo precedente mandato presidenziale.

In Uruguay, negli ultimi anni, le condizioni di vita sono migliorate, gli stipendi sono raddoppiati e l’istruzione si è notevolmente diffusa. In questo quadro, però, rimane alta l’inflazione che, in concorso con dinamiche monetarie negative, sta erodendo il nuovo potere d’acquisto della popolazione. Forse è per questo che il candidato del centro-destra, La Calle Pou, con le promesse di investimenti e di apertura internazionale, rischia di battere il candidato di sinistra Vázquez. In ogni caso, che vada al potere l’uno o l’altro non ha importanza. Anche l’Uruguay compirà le sue scelte alzando lo sguardo oltre le proprie frontiere.

Il quadro che si potrebbe andare a delineare in Sudamerica è insomma quello in cui proseguirà una predominanza di governi democratici popolari di sinistra. Che, va detto, hanno prodotto cambiamenti significativi nella qualità della vita di ampi segmenti della società: la povertà è diminuita in buona parte delle regioni e le condizioni di vita sono generalmente migliorate. Ma è anche cresciuta l’influenza politica sulla scena mondiale del Sudamerica.

In un articolo de Le Monde Diplomatique, Frei Betto teologo, scrittore e attivista brasiliano, uno dei teologi della liberazione più famosi al mondo,  così si esprime: “Da un punto di vista storico, è la prima volta che così tanti governi del Continente si tengono lontano dai dettami della Casa Bianca. E’ anche la prima volta che si creano istituzioni continentali e regionali (ALBA, CELAC, UNASUR, ecc) senza la presenza degli Stati Uniti. 
Ciò costituisce una riduzione dell’influenza imperialista in America Latina, intesa come la predominanza di uno Stato rispetto ad un altro. 
Tuttavia, un’altra forma di imperialismo prevale in America Latina: il dominio del capitale finanziario, incentrato sulla riproduzione e la concentrazione del grande capitale, che si basa sulla potenza dei loro paesi d’origine per promuovere, da parte dei paesi ospitanti, l’esportazione di capitali, merci e tecnologie, e appropriarsi delle ricchezze naturali e del valore aggiunto. 
C’è stato un cambiamento dalla sottomissione politica alla sottomissione economica”.

 

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Peppa Pig, cotta al forno, sarebbe una delizia

12 ottobre 2014

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E’ vero che nei supermercati si trova ormai di tutto e la frutta e la verdura sembrano aver perso ogni stagionalità. Tanto che si possono acquistare i cavoletti di bruxelles anche a Luglio, ad esempio, così come ogni varietà di pomodori durante i mesi invernali. Facciamocene una ragione, anche perché, fortunatamente, siamo liberi di scegliere se comprarli o meno. Poi c’è una sorta di assuefazione, della quale sono vittima anche io, che spegne qualsiasi scintilla di riflessione sul tema della globalizzazione del cibo. D’altronde a chi non piace l’effetto sorpresa di una linguina al pesto durante i giorni della Merla? Quasi quasi ci fai pure un figurone…

Però ritrovarsi al Carrefour il calendario dell’avvento di Peppa Pig quando ancora porto  il segno del costume, anche se c’è tempo di merda – pardon – che ci catapulta più in avanti che indietro, scusate, è troppo. Non tanto perché Peppa Pig mi sta tremendamente (e letteralmente) sui maroni autunnali, o perché ha venduto negli ultimi due anni oltre 7 milioni di libri e raggiunge un giro d’affari di 100 milioni solo in Italia. Ma che bisogno c’è di fare pure il calendario dell’avvento e buttarlo lì, sullo scaffale dei biscotti di un supermercato, senza un briciolo di poesia e rispetto per il tempo che passa già troppo velocemente?

La cara Peppa è ufficialmente, secondo i dati di vendita, il più redditizio personaggio di fantasia del globo in termini monetari e ha più influenza di Winnie the Pooh, Peter Rabbit o Mickey Mouse. Allora, cancellare con un colpo di marketing spinto più di un mese di quiete prima che esploda il delirio natalizio, mettendo alla gogna Halloween con un semplice grugnito e battendo sui tempi la concorrenza, mi sembra un gesto crudele. E’ possibile, in futuro, che pur di vendere l’immagine di Peppa ai nostri figli, si arrivi a sostituire le renne di Babbo Natale con dei maialini rosa.

Dunque, dato che l’effetto Peppa Pig provoca, secondo “Il Messaggero”, anche un “inaspettato boom di maiali negli appartamenti, tant’è che sono sempre di più  i bimbi che vogliono come compagno di giochi non il solito cane o gatto ma un piccolo porco”, perché non cambiare il menù della tradizione natalizia italiana?

Scordiamoci il tacchino, i tortelli in brodo o il pesce al forno con l’insalata di rinforzo. E dato che non ci sono controindicazioni al fatto di tenerli in famiglia, come sostengono i medici veterinari, salvo il fatto di “portarli con sé in giro per la città, che non è consigliabile per il loro benessere», perché non adottiamo tutti quanti una famiglia di maialini rosa, magari nani, così ci stanno nei forni di casa – anche in quelli a microonde? Li alleviamo con cura e amore, ci giochiamo qualche mese, finchè non diventano abbastanza cicciotelli.

Così, finalmente, oltre ai peluches, costruzioni, costumi di carnevale, lenzuola, orologi sveglia, da polso, zainetti, mutande, magliette, felpe, cappellini, macchine radiocomandate, teli mare, biglie, occhiali da sole, set bowling, lavagne magiche, tappeti, puzzle, caschi per biciclette, quaderni, dizionari, penne, gomme, temperini, pennarelli, astucci, sacchi a pelo, tende da sole, ombrelloni, fabbriche di ghiaccioli, fazzoletti di carta, tovaglioli, piatti, bicchieri, cannucce, tricicli, felpe, monopattini, computer, calzini, memo, giochi, giochi educativi, giochi all’aperto, giochi erotici, fake, pizze, biscotti, caramelle, avremo anche il piacere di assaggiarla, la cara Peppa, cotto al forno, la sera di Natale. Oinc.

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Premiato l’edificio migliore al mondo: “The Chapel”, Vietnam

8 ottobre 2014

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‘The Chapel’, progettata da a21studio

Il World Architecture Festival, l’evento più importante al mondo nell’ambito della progettazione di edifici, ogni anno attira architetti, progettisti, clienti e giornalisti nella spettacolare Marina Bay di Singapore. Giunto alla settima edizione, quest’anno ha assegnato il prestigioso premio di miglior progetto dell’anno (e anche il migliore nella categoria “Civic & Community”) a “ The Chapel”, progettata da a21studio e realizzata in Vietnam, in una comunità poco fuori da Ho Chi Minh City.  Si tratta di spazio comunitario, concepito come luogo di incontro e di accoglienza di attività collettive, dai matrimoni ad eventi culturali. L’edificio risponde all’esigenza di creare un’area di ritrovo in un quartiere di nuova realizzazione, ancora privo di punti di riferimento.

La costruzione è interamente realizzata con materiali da riciclo provenienti da strutture preesistenti nel luogo, come lamiere o telai in acciaio. L’interno è total white, eccezion fatta per la pavimentazione in legno,  a cui fanno da contraltare i colori sgargianti di alcune tende colorate, che creano un originalissimo effetto arcobaleno.

Ma oltre all’edificio dell’anno,  sono stati premiati i migliori progetti realizzati o in corso di realizzazione, secondo specifiche categorie: dagli edifici residenziali, commerciali, sanitari e sportivi fino alle progettazioni paesaggistiche urbane e rurali, suddivisi tra progetti realizzati e futuri.

Tra gli edifici già completati sono stati premiati:

Categoria New and Old: Rethinking the Split House / Neri&Hu Design and Research Office (Shanghai, China):

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Categoria Culture: Danish Maritime Museum /  BIG (Denmark):

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Categoria Hotel and Leisure: Son La Restaurant / Vo Trong Nghia (Son La, Vietnam):

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Categoria Villa: Dune House / Fearon Hay Architects Ltd. (Omaha Bay, Auckland, New Zealand)

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Categoria Production, Energy & Recycling: Lune de Sang Sheds / CHROFI (Byron Hinterland, Australia):

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 Categoria Transport: Scale Lane Bridge / McDowell+Benedetti (Kingston upon Hull, United Kingdom):

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Categoria Health: Chris O’Brien Lifehouse / HDR Rice Daubney (Sydney, Australia):

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Categoria Sport: Singapore Sports Hub / Singapore Sports Hub Design Team (Singapore):

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Tra i progetti futuri sono stati premiati, nella Categoria Residential, the Village/Sanjay Puri (Alibaug, Mumbai, India) e il FPT Technology Building / Vo Trong Nghia (Hanoi, Vietnam) per la Categoria Future Education; 

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Categoria Residential: The Village / Sanjay Puri (Alibaug, Mumbai, India)

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FPT Technology Building / Vo Trong Nghia (Hanoi, Vietnam)

 

 

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Brasile, l’ombra di un omicidio politico sulle presidenziali?

3 ottobre 2014

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Domenica prossima, 5 ottobre, circa 143 milioni di elettori brasiliani andranno al voto per decidere chi sarà il nuovo presidente della Repubblica.  Calato il sipario sui Mondiali di calcio, ora i riflettori sono puntati su due donne e due partiti di sinistra: l’attuale presidente Dilma Rousseff del Partito dei lavoratori (Pt) e l’ex ministra dell’ambiente Marina Silva del Partito socialista brasiliano (Psb). Gli ultimi sondaggi,  diffusi lo scorso 30 settembre, danno Dilma Roussef al 39% delle intenzioni di voto contro il 25% di Marina Silva. Mentre il candidato di destra Aécio Neves è al 18 per cento. Se i sondaggi delle ultime settimane  si riveleranno corretti, ci sarà un secondo turno e nel ballottaggio con Marina Silva l’attuale presidente potrebbe ottenere il 47 per cento contro il 43 per cento di Silva.

La Rousseff, che insegue il secondo mandato presidenziale, è in testa soprattutto grazie al consenso tra delle classi meno favorite. C’è da dire che è avvantaggiata da una macchina elettorale molto più “oliata”, così come da maggiori spazi in televisione, nonché dalla disponibilità di maggiori fondi per la campagna. E poi vi è da considerare che il Brasile dal 2002 è governato dal suo partito  che, grazie soprattutto all’ex presidente Lula, ha lasciato una forte impronta sulla vita politica del paese.

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Marina Silva con Chico Mendes

Marina Silva, nera, di umili origini, analfabeta fino a 15 anni, resta ancora una figura enigmatica, come ha scritto la stessa BBC. Sognatrice, idealista, si presenta come la donna che vuole estirpare la corruzione, l’inefficienza e il mal governo, risanando l’economia del paese senza tagliare i programmi di welfare. La candidata fu compagna di lotta di Chico Mendes nell’attivismo ambientale, e nel 1986, entrò nel Partido dos Trabalhadores, per il quale rivestì il ruolo di segretaria nazionale dell’Ambiente. Diventò una delle principali voci in difesa dell’Amazzonia, soprattutto dopo essere stata nominata, nel 2003,  Ministro dell’Ambiente per il partito di Lula. E proprio sulle questioni che riguardano la difesa dell’ambiente Marina Silva e la Roussef ebbero le prime divergenze. Finché, a causa del mancato sostegno alla politica ambientale da parte del governo (misure cautelative contro i disboscamenti nell’Amazzonia e la questione indigena), Marina Silva rassegnò le sue dimissioni.

Va ricordato che Marina Silva è stata scelta come candidata alla presidenza del Brasile al posto di Eduardo Campos, candidato del Partito socialista brasiliano morto in seguito a un incidente aereo avvenuto il 13 agosto scorso. La stessa Marina Silva avrebbe dovuto essere su quell’aereo, ma all’ultimo momento, a causa di un cambio di programma, non vi salì. La candidata ha parlato di “provvidenza divina” riferendosi al fatto di non essersi imbarcata sul tragico volo. Stando ai sondaggi, Campos avrebbe ottenuto solo il 9 per cento dei consensi, a causa, in particolare, del fatto di non essere molto noto al grande pubblico. Marina Silva, invece, grazie alla sua lunga attività politica, è diventata un volto assai conosciuto dai brasiliani. E questo spiega il motivo per cui  la Silva è risalita nei sondaggi giungendo alle spalle della Rousseff, e assurgendo dunque ad  antagonista principale non solo del presidente della Repubblica, ma del partito dei lavoratori (PT) nel suo complesso.

Queste elezioni brasiliane sono oggetto di grande interesse da parte dei governi dell’america Latina e non solo. 9w945abd6a8lq8foo847rvz35Se la Rousseff è la favorita dei paesi latinoamericani socialisti, Silva pare essere la candidata preferita a Washington, perché offrirebbe più “garanzie”.  Il suo partito, infatti, ha aperto ad un accordo di libero scambio tra Brasile e Stati Uniti. Inoltre, la sconfitta della Rousseff migliorerebbe l’agibilità politica dell’amministrazione Obama, poiché uscirebbe  di scena un ingombrante presidente progressista. Le proposte avanzate da Marina Silva vanno dalla privatizzazione della Banca Centrale alla ricerca di investimenti stranieri per l’esplorazione dei giacimenti di petrolio non convenzionale, anche noti come “pre-salt”, scoperti al largo della costa del sud-est del Brasile. Ma anche della privatizzazione di Petrobras, l’industria petrolifera di Stato. Tutto ciò va in netto contrasto con le politiche del PT, il partito di Lula, che ha dato priorità alle politiche sociali, ai progetti di integrazione regionale e dell’interscambio Sud-Sud, e al ruolo attivo dello Stato.

Una prospettiva, dunque, che ha sollevato interrogativi inquietanti.  Diversi siti di controinformazione in Brasile indicano addirittura nelle CIA l’omicida politico del candidato socialista Eduardo Campos.  Del fatto che Campos sia stato assassinato è fermamente convinto il giornalista americano Wayne Madsen, che in un articolo pubblicato lo scorso 3 settembre sulla testata on line Strategic Culture Foundation,  argomenta la sua tesi  dichiarando che “la Silva, che è una sostenitrice israeliana aderente ai raduni della Chiesa Pentecostale di Dio, è molto più a favore degli affari economici e degli statunitensi rispetto alla Rousseff del Partito di sinistra dei Lavoratori brasiliani. Recentemente la Rousseff, insieme ai leader membri dei BRICS di Russia, India, Cina e Sud Africa, ha creato una nuova banca per lo sviluppo che sfida la supremazia della Banca Mondiale, di gestione statunitense. La creazione della banca ha fatto infuriare Washington e Wall Street”.

Madsen, a sostegno della sua tesi,  ha acceso i riflettori su tre aspetti :  il livello di sicurezza del velivolo, un Cessna Citation 560XLS,  è ritenuto molto elevato; la scatola nera non ha registrato il volo; il velivolo era stato affittato dalla Cessna Finance Export Corporation, una divisione di Textron, un grande contractor della difesa e dell’intelligence statunitense. Inoltre il registratore di conversazioni in cabina, malfunzionante, era stato fabbricato da un altro contractor della difesa e dell’intelligence USA, la L-3 Communications”.  Siamo dunque di fronte ad una serie di elementi, che, collegati tra di loro, rendono la vicenda della morte del candidato Eduardo Campos davvero inquietante. Certo è che nelle relazioni con i paesi esteri, l’eventuale vittoria di Marina Silva significherà la rottura di tutti i grandi accordi sottoscritti dal Brasile (Brics in primo luogo), privilegiando le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e l’Alleanza del Pacifico. E la posta in gioco è davvero grossa.

(articolo di Madsen tradotto in italiano)

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