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Archive | settembre, 2016

A Milano il vetro domina. E ricopre un’icona del passato.

23 settembre 2016

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Da quando mi sono laureata in Architettura non ho mai messo piede in uno studio né progettato nulla se non il balcone di casa mia. Niente di grave, ho fatto altro. Però la laurea è servita a tante cose. Intanto ho imparato a osservare l’architettura con un certo occhio critico, che mi ha permesso di accompagnare i cambiamenti della mia città con grande interesse. Milano era respingente anni fa, ora è una città che attira stranieri e consola i milanesi. Finalmente.

Rimanendo dentro i confini di una zona circoscritta, quella che poi bazzico moltissimo, ritengo che nel complesso lo skyline di Milano sia migliorato . C’è la torre Unicredit, strabella e straalta – che piace un sacco pure a mio figlio, appassionato di grattacieli; c’è piazza Gae Aulenti, notevole anche lei, che fa molto oriente (con quelle fontanelle a sfioro lì); poi mi piace assai il Bosco Verticale e le sue piantine spia per il controllo fitosanitario e i diffusori di “insetti utili”, oyeah; le torri Varesine, oddio, non tantissimo, anzi, ma forse finirò per abituarmici; la Torre Diamante non è niente male e le ville di Porta Nuova, che fanno effetto Berlino, mi incantano. Poi c’è la mega tenda vetrata della fondazione Feltrinelli. Ne vedremo l’effetto finale tra non molto. Anche se per ora mi ha quasi fatto esplodere la retina a causa del riflesso solare dritto in faccia mentre guidavo.

Insomma, in città c’è un fiorire pazzesco di nuovo. E di vetri, soprattutto. Belli, eh (sono una manna quando dimentichi il flash a casa e vuoi fare un bel ritratto a qualcuno). Ho provato anche a cercare in rete il numero di pannelli di vetro utilizzati nelle facciate di tutti questi palazzi messi insieme. Non ho trovato granché, peccato. Volevo farvi il totalone, ma ve lo lascio solo immaginare.

Ma tra tutti questi interventi ce n’è uno che proprio non capisco. Mi riferisco alla remise en forme della storica sede di Maire Tecnimont. Quella in Viale Monte Grappa, avete presente? Prima era così:

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PRIMA

Non so a voi, ma a me piaceva un sacco. Sarà la solita nostalgia degli anni settanta, può darsi, ma penso che abbiamo perso un edificio davvero iconico. Anche perché la nuova veste, in fondo, non ha nulla di veramente dirompente. Ha tantissimi vetri, quelli sì, come del resto la maggior parte degli ultimi interventi nati lì intorno. Per carità, le bonifiche servivano eccome. Metteteci il risparmio energetico, la sostenibilità, la valorizzazione dell’immobile, il fatto che devono pur vendere quei 17 mila metri quadri a qualcuno – mettiamocele tutte. Mettiamoci anche che verranno fuori uffici pazzeschi, equipaggiati di ogni confort (ho letto che ci sarà persino un’area docce e spogliatoi per invogliare i dipendenti a praticare sport nelle pause, chapeaux).

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DOPO – Rendering del progetto

Ma perdere quella splendida superficie lamellare,  sinceramente penso sia un peccato. Un po’ come rivestire la torre Velasca – un esempione di brutalismo in Italia – di vetri. Lo so che la maggior parte di voi pensa sia orrenda ( il Daily Telegraph la inserisce tra i ventuno edifici più brutti del mondo). Ma questo non basta a ricoprirla di vetri. Non sarebbe più lei, sarebbe un’altra cosa.

E’ vero che nel progetto della nuova facciata della ex sede Tecnimont c’è il richiamo alla struttura lamellare. Tuttavia non avrà mai la stessa carica simbolica e nemmeno lo stesso impatto. Non è più architettura “brutalista”, insomma, della quale perdiamo ogni traccia. Il linguaggio è completamente diverso. Sapeva di vecchio? Può darsi. Però ricordo un mio docente di urbanistica che diceva sempre: “non c’è futuro senza il passato”. Verissimo. E sarebbe meglio ammirare le tracce del passato per strada piuttosto che cercarle sempre nei libri.

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Liberiamo i capelli dalle convenzioni e dalle giornaliste

14 settembre 2016

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Eccomi qui ancora a parlare di donne che giudicano altre donne. Sia chiaro che questo blog non impugna bandiere né vuole prendere per forza di mira giornaliste che la fanno fuori dal vasino. Ma ieri ho letto un articolo che mi ha lasciata un tanto basita. Questa volta è toccata alla signora Anna da Re, che scrive per Donna Moderna. In un suo post del 4 luglio scorso, ha fatto un elogio allo stile e alla sobrietà di Daria Bignardi, la quale, secondo la giornalista, “ha esordito nel suo ruolo di direttore di Rai Tre dando delle regole di sobrietà ed eleganza non vistosa”. E fin qui, tutto bene.

daria-bignardi.600Questo è il suo nuovo look. Può piacere o non piacere, perché il punto non è decidere se la Bignardi stia bene o male. Sono affari suoi. Ma alla signora Da Re pare piaccia moltissimo, e nel suo post, scrive:

“È sempre stata molto elegante, con un tocco personale e una giusta considerazione della moda.
Ma questa volta lo era di più.
Aveva un bellissimo giaccone rosso, una semplice camicetta, pantaloni e sandali semiaperti.
E i capelli corti, grigi o meglio sale e pepe.
E niente trucco.

Perché sì, quando si arriva ai cinquanta è ora di smetterla di fare le ragazze.
Anche se si resta ragazze dentro.
Ci si taglia i capelli, si smette di tingersi del colore che si aveva da giovani, si va verso il grigio e le sue varianti.
Ci si trucca appena, si cura la pelle con molta attenzione, si mette una spolverata di fard e un po’ di mascara. Al limite dell’invisibile.
Ci si veste. Anche con forme decise e colori forti. Che se si accompagnassero ad una chioma fintamente giovane e ad un trucco marcato ci renderebbero ridicole.”

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Al netto del ruolo istituzionale che richiede un “power dressing” decoroso, cosa ovvia santo cielo, mi dica, Anna Da Re, chi è lei per dirci, a noi donne tutte , come dobbiamo portare i capelli? Chi è lei, Anna Da Re, per darci lezione, a noi tutte, di stile? Chi è lei, Anna Da Re, per giudicare chi, arrivata alla cinquantina, decide di portare i capelli lunghi e tinti? Scegliere uno stile personale non significa escludere gli altri.

E poi, mi scusi, questa “cinquantina”, nel suo post, suona troppo come una data di scadenza. Dopo la quale il prodotto diventa avariato. Dopo la quale è ammesso solamente un look castigato. Ora, nella sua biografia su Donna Moderna, c’è scritto: i libri e la moda li ha sempre amati. Ma la moda era frivola e superficiale, ed è toccato ai libri avere la meglio. Sono diventati il suo lavoro: è digital PR e promuove i libri online. La moda è rimasta una passione coltivata in sordina. Poi arrivata ai cinquanta, ha deciso di fare la fashion blogger.

E se io, arrivata alla cinquantina, decidessi di tenermi i capelli lunghi, anzi, lunghissimi, invece di fare la fashion blogger?

Per gli Indiani Navajo i capelli rappresentano la parte del corpo più vicina ai pensieri; noi li abbiamo trasformati in convenzione. Mi vengono in mente donne meravigliose, donne anziane, che portano i capelli lunghi, tinti, ebbene sì, e che oltre alla “spolverata di fard” e al poco di mascara (al limite dell’invisibile, come dice lei) usano pure il rossetto! Rosso, per di più! Santo cielo…siamo ancora qui a parlare di questo.

Lo dica al presidente della Camera, la signora Boldrini, che ha una chioma meravigliosa e un ruolo istituzionale, di 180334510-690x970tagliarsi i capelli e farli “sale e pepe”. O a Julianne Moore, splendida più che mai a 55 anni (oltre la data di scadenza!!) con quei capelli lunghi e rossi. Sembra “fintamente giovane”, per caso? E poi – ma questo forse lo sa già – è avvilente che le critiche e i commenti arrivino spesso e volentieri dalle altre donne. I tempi delle medie sono finiti cara Anna Da Re, smettiamola di darci addosso.

Sa, quando mi immagino tra qualche anno, mi immagino ancora più libera di quanto non lo sia ora. Magari ancora con i capelli portati lunghi, se reggono in salute, perché no? Il colore? Si vedrà, bianchi, neri, marroni. Di sicuro non starò ad ascoltare i suoi “consigli”. Perché spero di diventare ancora meno schiava dei cliché, dei dettami della moda, dei giudizi degli altri.  In fondo è questo il tesoro che si trova in fondo all’arcobaleno. O no?

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Sii buona. Sii carina. Sii scelta.

7 settembre 2016

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Ho battuto la fiacca. Nemmeno un post nel mese di agosto. Nulla. Tanto che non ho ancora il coraggio di aprire Google Analytics.  Però al mare ho letto una discreta quantità di libri. E dal mucchietto estivo ne esce vincitore assoluto uno che ha una Barbie in copertina: Solo per sempre tua, di Louise O’Neill. Un libro che appartiene alla collana Hot Spot della casa editrice Il Castoro. Collana molto, molto interessante, che mira a un pubblico crossover di lettori dai 15 anni in sù e che seleziona storie che traggono nutrimento dalle viscere di una attualità molto complessa.

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Le protagoniste di Solo per sempre tua sono due ragazze che vivono in un futuro distopico (un mondo fittizio altamente negativo e indesiderabile, in cui le cose per l’umanità  non sono andate per il verso giusto). Loro, come tutte le altre ragazze, sono state prodotte in laboratorio, allevate e preparate dalla Scuola solamente per piacere e compiacere gli uomini. Devono essere tutte bellissime, magre,  perfette, socievoli e disponibili. Non sono ammesse emozioni che turbino l’animo, non è ammessa un’istruzione né tantomeno ragionamenti che esulino dal come abbinare bene i vestiti,quali  trucchi usare, quanto e cosa mangiare per non ingrassare, come apparire più attraenti delle altre. Già, perché bisogna essere scelte dagli Eredi, i pochi uomini sopravvissuti e selezionati per la riproduzione della specie umana, ridotta ai minimi termini. Le “Compagne” scelte avranno l’obbligo di generale più figli maschi possibili. Compiuti i quarant’anni saranno “disattivate”. Anche se questo, in fondo, è ciò che bramano. Perché hanno insegnato loro ad avere orrore della vecchiaia. Chi invece non sarà scelta, potrà accontentarsi di diventare, nel migliore dei casi, una concubina. Il destino che attende chi non ce la fa, purtroppo, è ben diverso.

E per scampare a un destino atroce sono disposte a qualsiasi cosa. E per avere un buon posto nella classifica della Scuola fanno la fame, passano da una palestra all’altra, seguono tutorial sul trucco, si pesano costantemente e ingurgitano pillole che agiscono sul loro aspetto esteriore e che allo stesso tempo corrodono le loro viscere.

(…) E’ quello che è successo ad agyness al sesto anno. Le avevano prescitto troppo ExoLass lo stesso giorno in cui era in punizione, così era intrappolata nello stanzino quando le è venuta la diarrea. Mi sono sempre chiesta perché non sia corsa in bagno, le porte non sono mica chiuse a chiave. Immagino che a bloccarla sia stata la paura. E’ sempre la paura. Non so come, ma le riprese video della cosa si erano diffuse e nel giro di qualche minuto era finito tutto su MyFace. agyness, il dolore impresso sulla sua faccia da bambina mentre cercava di controllarsi, la vergogna nel capire di avere fallito. (…) Continuava a correre e correre e correre su quel tapis roulant mentre le feci le colavano lentamente lungo le gambette macchiando i calzini a pois e le scarpe da ginnastica rosa shocking. Però era stata brava, non aveva pianto, neppure una volta.

Il libro è una botta.  Altamente impattante e poco scontato. Mette sotto una lente cinica l’ossessione per il corpo e i tentativi di controllarlo, analizza in maniera molto lucida il modo in cui le donne si mettono in competizione, spinte dalla società e impotenti di fronte al destino scelto per loro, in questo caso, dagli uomini. Interessante anche la scelta dei nomi propri senza la maiuscola. Le ragazze, infatti, non sono soggetti ma oggetti concepiti per uno scopo ben preciso.

Il mondo di Solo per sempre tua non è molto lontano dalla nostra realtà malata, nella quale pesca a piene mani.  D’altronde viviamo in una società che convince le donne a piacere prima che a piacersi. Insomma, leggetevelo, merita. Il libro dimostra anche che la letteratura young adult non è fatta solamente di amori non corrisposti o cazzate varie, come tanti ancora credono.

Solo per sempre tua
Autrice: Louise O’Neill
Editore: HotSpot
Prezzo: 16, 50
Pagine: 368

immagine di copertina del post: “Real life Barbie” Valeria Lukyanova

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