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L’agribusiness e la morte dell’Amazzonia

12 dicembre 2014

ARTICOLI, QUESTIONI SUDAMERICANE


LA deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha ripreso a crescere. A settembre, secondo i dati satellitari forniti dall’organizzazione no profit Imazon, sono stati rasi al suolo ben 402 km quadrati di foresta, il 290% in più rispetto allo stesso mese del 2013, per destinare il terreno ad altro uso. A causare la distruzione delle aree forestali è l’espansione dell’agricoltura. In particolare negli stati di Para e Mato Grosso, dove è in corso un’espansione agricola senza precedenti. Ogni stato ha perso oltre 1.000 km quadrati di foreste in soli dodici mesi. Questo articolo è stato pubblicato recentemente da uno dei più importanti quotidiani del Brasile.

Leão Serra, Folha de S.Paulo, Brasile. Traduzione Consuelo Canducci.

E’ comune riscontrare nei discorsi degli uomini d’affari e dei politici brasiliani l’idea presuntuosa secondo cui il sistema agroalimentare sarebbe il non plus ultra, la produzione brasiliana “nutra il mondo” e il bestiame allevato sia “green”. E’ un approccio che richiama alla memoria la triste propaganda del passato “Grande Brasile”; quella stessa che tentava di nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Di ciò gli stranieri hanno piena consapevolezza. Perchè lo sfruttamento agricolo del Brasile, soia in testa, ha già distrutto 4 ettari di suolo autoctono su 10. E di questo passo l’ecosistema si estinguerà in soli 20 anni.

Non c’è da stupirsi, anche considerando che il bestiame allevato ha il peggior rendimento del mondo: una mucca, per poter ingrassare, necessita di un ettaro di pascolo, ricavato rubando la foresta all’Amazzonia. Con la stessa quantità di suolo utilizzato per allevare una mucca, gli europei producono alimenti nobili, che sono peraltro venduti a prezzi elevati. Alimenti che servono a nutrire persone,diversamente da quanto accade per la soia brasiliana, data in pasto ai maiali della Cina.

Se ai danni irreversibili causati all’ambiente – sempre più compromesso dal disboscamento – aggiungiamo le sovvenzioni statali all’industria agroalimentare e i debiti dei grandi produttori, il risultato rivelerà di essere in presenza di un “agribusiness” insostenibile. Invece di nutrire il mondo e di rendere prosperi i propri cittadini, il sistema agroalimentare brasiliano si sta trasformando in una fucina distruttiva, nella quale si riversa una produzione di scarso valore economico.

Si tratta insomma di un modello che allontana (invece di garantire) l’obiettivo di raddoppiare la produzione alimentare mondiale dei prossimi 35 anni, capace di sfamare le 2 miliardi di nuove bocche. Il Brasile deve quindi cambiare radicalmente la prospettiva, abbandonando questa scandalosa cultura dello spreco, se intende “dare da mangiare” alla propria popolazione e guadagnare sulle produzioni agroalimentari. Esportando cibo per umani e non per i maiali!

Quando si tratta di coltivare per nutrire gli allevamenti di bestiame, il cosiddetto “tasso di conversione” è molto basso: una mucca fornisce tre calorie di carne in cambio di un centinaia di calorie di cibo che deve mangiare per poter ingrassare (3%); il maiale ne produce dieci di calorie, e il pollo 12 per ogni cento che consuma. Sarebbe dunque più appropriato allevare mucche da latte (40 calorie nel latte per ogni cento consumate) o galline ovaiole (12 calorie nell’uovo, per ogni cento consumate).

In altre parole, generare proteine animali è sempre un cattivo affare e nel caso del manzo, che rappresenta la produzione di punta in Brasile, l’affare diventa pessimo. Si pensi che la metà della produzione agricola brasiliana è utilizzata per l’alimentazione degli animali, con ritorni economici ridicoli. Per contro il Brasile importa i fagioli e altri alimenti che costano molto di più.

Il Brasile ha vissuto fino ad oggi nell’illusione che l’acqua e la terra fossero beni infiniti. Una visione, questa, che si scontra con una crisi idrica del Paese che ha raggiunto livelli allarmanti, causata anche  in parte dalla deforestazione indiscriminata dell’Amazzonia e della vegetazione autoctona.

In un paese dove l’acqua scarseggia, quasi il 70% delle risorse idriche viene utilizzato per irrigare le aree coltivate. E il bestiame è una sorta di carta assorbente: succhia l’11% della acqua disponibile, la stessa quantità che consumano 200 milioni di brasiliani. Deforestando in nome dei terreni pascolabili, tante risorse idriche vengono distrutte, con l’ulteriore conseguenza di provocare uno squilibrio sempre più marcato nelle precipitazioni atmosferiche. 

Il Brasile, in sostanza, consuma tantissima acqua per dissetare milioni di mucche e innaffiare soia che viene esportata a prezzi bassissimi, mentre la popolazione fa i conti con una pesante crisi idrica. E tutto ciò accade paradossalmente ad un paese che ha avuto “in regalo” acqua e terra in abbondanza.

fonte: Folha de S. Paulo 

 


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