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La sostanza delle cose: un libro pieno di sostanza. Da leggere, perché no, questo we

1 aprile 2016

CONTRORECENSIONI


Ecco il primo libro fuori pila del 2016. Fuori pila perché l’ho acquistato d’impulso, mandandolo per direttissima tra le mie mani e saltando la pila di libri sul comodino. Un colpo di fulmine. Ci siamo scambiati un paio di sguardi, e bang!

Mi chiamava dalla vetrina della libreria Utopia, dettaglio non da poco; poi, confesso, ho un debole per le copertine color bianco latte; infine, ho letto il titolo e mi sono del tutto convinta a farlo passare davanti al caso editoriale dell’anno, “Città in fiamme” di Hallberg, primo della pila. Poi guardate la faccia dell’autore (e la camicia), che è tutto un programma:

Mark-Miodownik

Un attimo però. Vi faccio la solita premessa: non sono una recensista. Scrivo di libri che ho letto, e che mi sono paciuti. Oppure che non mi sono piaciuti affatto. Poco importa. Il fatto è che leggo tante recensioni. E il 99% sono di una noia mortale. Per questo cerco di metterci un po’ di pepe, capite? Detto ciò, il libro è fighissimo. E ora vi dico anche perché.

Intanto, La sostanza delle cose è stato scritto da un ingegnere dei materiali. Mark Miodownik, si chiama. Uno di quelli che bada, appunto, alla sostanza delle cose. A cavallo tra un’autobiografia e un romanzo, il libro trascina i più pigri e sfama gli appetiti dei più curiosi. Parla dei materiali di cui è fatto il mondo, o parte di esso. Lo sapete, io sono una curiosa. Del resto, come si fa a non essere curiosi delle cose che ci circondano? In fondo, tutti noi abitiamo in case costruite con del cemento, acciaio e vetro, impugniamo le matite di grafite  con le quali scriviamo su fogli di carta, mangiamo in piatti di ceramica, beviamo in bicchieri di vetro, poggiamo le chiappe su sedie di plastica.  Potrà sembrare un’impresa tosta descrivere e spiegare, narrando, come sono fatti tutti questi materiali. Come si dilatano o restringono, in quali condizioni e perché. Eppure l’autore riesce a farlo in modo del tutto naturale. E semplice. Per farci capire,ad esempio, come una struttura può reggere il peso di ventimila persone; o come si trasferiscono gli atomi di una matita alla carta durante il processo di scrittura.

Ogni capitolo racconta un materiale diverso, partendo da aneddoti della vita dell’autore, che forniscono già di per sé informazioni stracuriose; poi c’è tutta una sfilza di riferimenti storici avvincenti e altre slurpaggini tipo questa:

L’uso della carta igienica presenta parecchi inconvenienti. Tanto per cominciare, stando al “National Geographic”, lo strofinamento planetario delle natiche comporta l’abbattimento e la lavorazione di ventisettesima alberi al giorno. Il fatto che la carta sia usata una sola volta e poi scenda per il tubo di scarico preannuncia una fine davvero tremenda per tutti  quegli alberi.

L’ingegnere prosegue, poi, con la descrizione di un episodio di intasamento del water a casa di amici. Insomma, un libro che strizza l’occhio anche a chi non se ne frega un tubo dei materiali ma ha voglia di una lettura soft.  Qualche formula chimica c’è, ma di facile comprensione anche per noi ignurant. Roba del genere:

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L’ingengere romanziere è pure dotato di una certa creatività. Nel capitolo dedicato alla plastica, si inventa una sceneggiatura western per dirimere una controversia riguardante il rapporto tra le confezioni di plastica e il film Butch Cassidy. Molto divertente. Dai, ve lo svelo: il materiale che mi ha più incantata è stato il cemento, in particolare la storia del calcestruzzo autoriparante, che contiene dei batteri al suo interno capaci di riparare le crepe. Non vi dico come, poi. Roba da fare impallidire Asimov.

Orbene, prima che il libro vada nella scaffalatura del mio salotto, ve lo faccio vedere. Copertina bianco latte e 240 pagine piene di sostanza.

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