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Photoshop e la mano aliena di Belen

12 ottobre 2016

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Rido ancora mentre scrivo. E rido perché ho la foto piazzata a tutto schermo nel mio monitor. Questa volta, invece di guardarle le tette o altri attributi più popolari, l’occhio continua a cadere sulla mano.

Belen, Belen, non sai quante volte sono stata lì lì per scrivere un post su di te. Tuttavia mi sono sempre trattenuta dal farlo perché mi sembrava di cadere nella stessa sindrome da gossip da cui è affetta la Lucarelli.

Ma il gossip qui non c’entra, sarebbe una perdita di tempo in generale. Qui c’entra la piaga di Photoshop e tutto ciò che ne consegue quando l’utilizzo va oltre l’umano. Perché fin tanto che lo si usa bene, si riesce a convincere le masse che in foto son tutte perfette, dalla punta dei capelli all’unghietta del mignolo del piede. Poi succede questo:

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Ora, ad un occhio allenato (i maschietti non me ne vogliano se affilo le mie unghiette su cotanta bellezza) alla lettura fotografica, non può non sfuggire la mano aliena di Belen. Che oltre ad essere lunga lunghissima, povera, ha pure sei dita. Sei dita cribbio! Ma che razza di editor è questo? Che già è la donna più scontornata del mondo, serviva aggiungere pure un dito? Non ne ha bisogno di ritocchi, non lei. Essì che tra poco andremo su Marte…

Basta e basta. Qualcuno fermi l’abuso di Photoshop. Che poi non fa nemmeno più tendenza. E il mercato della moda non può andare avanti così, a prenderci per il culo. Se per noi donne normali tutta sta menzogna rappresenta un insulto all’intelligenza, per le ragazzine rappresenta una pressione costante alla ricerca di una perfezione che non esiste.

Pure Peter Lindbergh, fotografo delle super top model degli anni ’90, per il calendario Pirelli 2017 ha scelto la parola “VERITA'” come coordinata estetica. «Voglio liberare le donne dal terrore della giovinezza e della perfezione», dice lui. Alleluia.

Caro Peter, pensaci tu. Pensaci tu a far capire alla gente quanto sia più bella un’immagine vera. Quanto un viso non ritoccato, ma solo ben prodotto, possa inchiodare lo sguardo, comunicando ben altro che un banale “guarda come sono figa”. Che noia. E tu, Belen, leva sta foto da Instagram, ti prego.

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USA: I libri che hanno subito più tentativi di censura nel 2016

7 ottobre 2016

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Bando alle ciance marziane e rimaniamo un attimo sul pianeta Terra. Che prima di trasformarci in esseri multiplanetari dovremmo cominciare a togliere dalla maglia della censura un sacco di roba. Da pochi giorni si è conclusa la Banned Book Week, evento annuale che ha luogo in varie città degli Stati Uniti d’America e  promosso dall’American Library Association con lo scopo di celebrare la libertà di lettura e d’espressione, partendo dall’elenco dei libri più “bannati” d’America. Un elenco che l’American Library Association stila ogni anno e che riguarda scuole, biblioteche o altre istituzioni americane che hanno scelto di limitare o addirittura vietarne la vendita e la consultazione.

Normalmente la censura tenta di bloccare i titoli con contenuti sessualmente espliciti, che inneggiano al terrorismo o che utilizzano un linguaggio offensivo. Tuttavia ad essere vietati spesso sono libri che trattano di temi legati all’omossessualità, o che parlano di esperienze del mondo Trasgender, come I am Jazz della transgender Jazz Jennings, che racconta dell’esperienza di disforia di genere dell’autrice, (identificazione con il sesso opposto), uno dei casi più precoci mai diagnosticati.

L’elenco, divulgato la primavera scorsa e confermato dalla Banned Book Week, è questo:

1 – Cercando Alaska – John Green (sessualmente esplicito e dal linguaggio offensivo)
2 – Cinquanta sfumature di grigio – E. L. James  (troppo esplicito, ma avrebbero dovuto censurarlo perché scritto da cani)
3 – I Am Jazz – Jessica Herthel e Jazz Jennings (per aver affrontato il tema dell’identità di genere)
4 – Beyond Magenta: Transgender Teens Speak Out – Susan Kuklin (troppo transgender)
5 – Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon (troppo ateo)
6 – la Bibbia (troppo religioso)
7 – Fun home. Una tragicommedia familiare – Alison Bechdel ( fumetto censurato a causa delle scene “violente” che mostra in forma visiva)
8 – Habibi – Craig Thompson (splendida graphic novel censurata per la rappresentazione esplicita di nudità e ammiccamenti sessuali)

9 – Nasreen’s Secret School: A True Story from Afghanistan – Jeanette Winter (libro per bambini con troppi riferimenti all’Islam e alla guerra);
10 – Two Boys Kissing – David Levithan  (il tiolo parla da sé)

Un disegno del fumetto "Habibi"

Un disegno del fumetto “Habibi”

Noi non siamo messi tanto meglio. Basti pensare al caso del Sindaco di Venezia , Luigi Brugnaro, che nel 2015 aveva bandito dalla laguna tutti i libri che parlano di “gender””. Tra i tanti titoli c’era anche un capolavoro come “Piccolo blu e piccolo giallo” di Leo Lionni, che racconta dell’amicizia di due colori tanto diversi e che si vogliono talmente bene da mescolarsi per creare il verde. Abbiamo fatto una figuraccia mondiale .

Più recente invece l’episodio, questa volta televisivo, che ha coinvolto RAI 2 l’8 Luglio scorso. Nella prima beyond-magenta-covermessa in onda sulla TV pubblica italiana della serie “Le regole del delitto perfetto”, RAI2 ha censurato tutte le scene omosessuali.  Una mossa che ha scatenato parecchie proteste da parte delle comunità e associazioni LGBT, anche a livello internazionale. Dopo la vicenda su Twitter è impazzato un bel #RaiOmofoba, che ha raggiunto la top ten italiana dei trend topic su Twitter. A causa delle proteste, la direttrice di RAI 2 Ilaria Dallatana si è scusata dando la colpa a “un eccesso di pudore”. E cosa fatto allora?Ha rimandando in onda le puntate in versione integrale il giorno 10 luglio del 2016, giorno della finale del campionato europeo di calcio 2016 tra Francia e Portogallo. Vabè.

Insomma, il mondo LGBT è sempre quello più colpito. Poi ci sono casi che fanno quasi ridere, come quello della saga di Harry Potter, che tra il  2000 e il 2009 è stato tra i libri più “ostacolati” negli USA. Il fatto è che non ci si può improvvisare censori. La censura è un affare serio.

Quanto è indefinito il confine tra eccesso di pudore e censura? Tra controllo preventivo e condizionamento? Tra fobie infondate e ragionevolezza? Il rischio di questo disordine, che sfocia in atti di censura al limite del ridicolo, è la diffusa disinformazione. L’omofobia, il sessismo, i pregiudizi di genere sono appresi culturalmente, generati dall’ignoranza. Nessuno nasce omofobo, o bullo, o razzista o violento.

Che poi, concludendo, ho provato a cercare su Google del materiale su Nasreen’s Secret School: A True Story from Afghanistan, al 9° posto della lista nera. La ricerca ha fornito risultati eloquenti circa l’inutilità della censura, perché mostra solamente l’immagine di copertina del fumetto. Nessun altro disegno, nada. Ma se digitate invece “fumetti porno”, beh. Provateci voi stessi.

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Di sicuro su Marte ci andremo. Sì, ma poi?

4 ottobre 2016

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Elon Musk ha annunciato pubblicamente il suo piano per colonizzare Marte. Lo sapevate? Immagino di sì, dai. Ne avrete sentito almeno parlare. E  sicuro, vi sarà sembrata una grande cazzata.

Io non ho resistito, perché subisco il fascino dello spazio fin da piccola. E sono andata oltre al titolo, scoprendo che non si tratta di una grande cazzata. Intanto vi dico due cose su Elon Musk; è il chairman e CEO della Tesla, ma anche l’investitore principale e presidente del consiglio di amministrazione di SolarCity (una compagnia specializzata in prodotti e servizi legati al fotovoltaico), cofondatore di PayPal e fondatore della  Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX), di cui è amministratore delegato e CTO. Space X progetta e costruisce lanciatori spaziali a razzo parzialmente riutilizzabili (Falcon 1 e Falcon 9) e veicoli spaziali per il trasporto orbitale di persone e merci (i Dragon). Insomma, costui qualcosina nella vita ha fatto.

Spiegarvi per filo e per segno ciò che ha in mente Musk richiederebbe una conoscenza specifica che io non ho e un tempo di lettura da parte vostra impensabile. Dunque riassumo, in modo davvero grossolano (se volete il Post lo ha fatto meglio di me, leggete qui), il progetto Space X: si andrà su Marte a bordo di un potentissimo razzo, alto come un edificio di 40 piani, spinto da 42 motori Raptor, motori talmente potenti che saranno capaci di portare un carico 2 volte più pesante delle missioni Apollo e una navetta di 50 metri per ospitare fino a 200 astronauti. Il viaggio per Marte durerà appena 80 giorni – ma potrà variare a seconda della posizione della Terra e di Marte, arrivando a 150 – e, nello scenario più ottimistico, il costo per passeggero potrebbe essere di 100.000 dollari. La tempistica delle prove di volo batterà sicuramente quella per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina: il nuovo sistema interplanetario potrebbe essere pronto per i primi test a partire dalla fine del 2018 e i voli sperimentali verso Marte potrebbero iniziare già nel 2023, tra meno di sette anni.

Ecco, le cose stanno più o meno così. Non credo si tratti di follia il fatto che alcune delle menti più brillanti si stiano scervellando per riuscire in un’impresa simile. E’ vero che sembrava una follia, molti decenni fa, immaginare una tecnologia come la connessione wireless. Così’ come sembrava una grande follia, per l’uomo rinascimentale, immaginare di volare intorno alla Terra a bordo di un aeroplano. L’uomo ama le sfide e necessita superare di continuo se stesso. Inutile dire che prima o poi ce la si fa a raggiungere Marte.

elon-musk-falcon-9Tuttavia l’aspetto più intrigante di questa faccenda marziana non risiede tanto nel suo aspetto più tecnico, o tecnologico. O economico, che vede, in questo caso, la Nasa – che si sfrega comunque le mani vista la collaborazione che offre a Space X- lasciare il campo a una società privata come appunto la Space X e le loro sfarzose sezioni di ricerca & sviluppo. La sostanza, in fondo, risiede nelle questioni che ci poniamo già a latere: la fine della vita sulla Terra, ad esempio. Come dice lo stesso Musk: “Non ho da rivelarvi una profezia sul giorno del giudizio. Però le cose sono due: possiamo stare per sempre sulla Terra, e prima o poi ci sarà un evento che ci farà estinguere; oppure possiamo diventare una specie multiplanetaria, e spero concordiate che sia la cosa giusta da fare.” Sì, perché prima o poi il problema si porrà. Come ci estingueremo? Dove andremo?

Un aspetto sul quale si discute parecchio negli ultimi giorni riguarda i problemi etici e legali della colonizzazione interplanetaria: molti si chiedono se Musk abbia il diritto di andare su Marte. Perché ad oggi non esiste un quadro giuridico che regoli la colonizzazione marziana, a parte  l’Outer Space Treaty del 1967, secondo cui qualsiasi corpo celeste è patrimonio comune dell’umanità e nessuno può rivendicarne la proprietà. Tuttavia nel trattato, che abbisogna forse di una revisione dei contenuti un tanto pionieristici (l’ho letto, non è lungo e assai interessante),  non si fa riferimento alle possibili risorse che potrebbero essere scoperte su suolo extra terrestre, così come non si parla di estrazione o importazione di materiale utile in caso di necessità. Solo del pericolo di contaminazione che esso potrebbe provocare.

“(…) gli Stati contraenti devono, prendono all’uopo le misure opportune, evitare effetti pregiudizievoli di contaminazione e di modificazioni nocive del mezzo terrestre, dovute all’intro- duzione di sostanze extraterrestri.”

Insomma, qui le domande sarebbero tante. La certezza è che da sempre usiamo l’intelligenza per esplorare, sopravvivere e propagare la specie. Come fanno i batteri, grandi colonizzatori, senza troppe paranoie etiche. Noi, a differenza loro, ci poniamo dilemmi essenziali, mettiamo in discussione ciò che siamo e ciò che saremo, perché no, anche fuori dall’orbita terrestre.

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A Milano il vetro domina. E ricopre un’icona del passato.

23 settembre 2016

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Da quando mi sono laureata in Architettura non ho mai messo piede in uno studio né progettato nulla se non il balcone di casa mia. Niente di grave, ho fatto altro. Però la laurea è servita a tante cose. Intanto ho imparato a osservare l’architettura con un certo occhio critico, che mi ha permesso di accompagnare i cambiamenti della mia città con grande interesse. Milano era respingente anni fa, ora è una città che attira stranieri e consola i milanesi. Finalmente.

Rimanendo dentro i confini di una zona circoscritta, quella che poi bazzico moltissimo, ritengo che nel complesso lo skyline di Milano sia migliorato . C’è la torre Unicredit, strabella e straalta – che piace un sacco pure a mio figlio, appassionato di grattacieli; c’è piazza Gae Aulenti, notevole anche lei, che fa molto oriente (con quelle fontanelle a sfioro lì); poi mi piace assai il Bosco Verticale e le sue piantine spia per il controllo fitosanitario e i diffusori di “insetti utili”, oyeah; le torri Varesine, oddio, non tantissimo, anzi, ma forse finirò per abituarmici; la Torre Diamante non è niente male e le ville di Porta Nuova, che fanno effetto Berlino, mi incantano. Poi c’è la mega tenda vetrata della fondazione Feltrinelli. Ne vedremo l’effetto finale tra non molto. Anche se per ora mi ha quasi fatto esplodere la retina a causa del riflesso solare dritto in faccia mentre guidavo.

Insomma, in città c’è un fiorire pazzesco di nuovo. E di vetri, soprattutto. Belli, eh (sono una manna quando dimentichi il flash a casa e vuoi fare un bel ritratto a qualcuno). Ho provato anche a cercare in rete il numero di pannelli di vetro utilizzati nelle facciate di tutti questi palazzi messi insieme. Non ho trovato granché, peccato. Volevo farvi il totalone, ma ve lo lascio solo immaginare.

Ma tra tutti questi interventi ce n’è uno che proprio non capisco. Mi riferisco alla remise en forme della storica sede di Maire Tecnimont. Quella in Viale Monte Grappa, avete presente? Prima era così:

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PRIMA

Non so a voi, ma a me piaceva un sacco. Sarà la solita nostalgia degli anni settanta, può darsi, ma penso che abbiamo perso un edificio davvero iconico. Anche perché la nuova veste, in fondo, non ha nulla di veramente dirompente. Ha tantissimi vetri, quelli sì, come del resto la maggior parte degli ultimi interventi nati lì intorno. Per carità, le bonifiche servivano eccome. Metteteci il risparmio energetico, la sostenibilità, la valorizzazione dell’immobile, il fatto che devono pur vendere quei 17 mila metri quadri a qualcuno – mettiamocele tutte. Mettiamoci anche che verranno fuori uffici pazzeschi, equipaggiati di ogni confort (ho letto che ci sarà persino un’area docce e spogliatoi per invogliare i dipendenti a praticare sport nelle pause, chapeaux).

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DOPO – Rendering del progetto

Ma perdere quella splendida superficie lamellare,  sinceramente penso sia un peccato. Un po’ come rivestire la torre Velasca – un esempione di brutalismo in Italia – di vetri. Lo so che la maggior parte di voi pensa sia orrenda ( il Daily Telegraph la inserisce tra i ventuno edifici più brutti del mondo). Ma questo non basta a ricoprirla di vetri. Non sarebbe più lei, sarebbe un’altra cosa.

E’ vero che nel progetto della nuova facciata della ex sede Tecnimont c’è il richiamo alla struttura lamellare. Tuttavia non avrà mai la stessa carica simbolica e nemmeno lo stesso impatto. Non è più architettura “brutalista”, insomma, della quale perdiamo ogni traccia. Il linguaggio è completamente diverso. Sapeva di vecchio? Può darsi. Però ricordo un mio docente di urbanistica che diceva sempre: “non c’è futuro senza il passato”. Verissimo. E sarebbe meglio ammirare le tracce del passato per strada piuttosto che cercarle sempre nei libri.

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Liberiamo i capelli dalle convenzioni e dalle giornaliste

14 settembre 2016

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Eccomi qui ancora a parlare di donne che giudicano altre donne. Sia chiaro che questo blog non impugna bandiere né vuole prendere per forza di mira giornaliste che la fanno fuori dal vasino. Ma ieri ho letto un articolo che mi ha lasciata un tanto basita. Questa volta è toccata alla signora Anna da Re, che scrive per Donna Moderna. In un suo post del 4 luglio scorso, ha fatto un elogio allo stile e alla sobrietà di Daria Bignardi, la quale, secondo la giornalista, “ha esordito nel suo ruolo di direttore di Rai Tre dando delle regole di sobrietà ed eleganza non vistosa”. E fin qui, tutto bene.

daria-bignardi.600Questo è il suo nuovo look. Può piacere o non piacere, perché il punto non è decidere se la Bignardi stia bene o male. Sono affari suoi. Ma alla signora Da Re pare piaccia moltissimo, e nel suo post, scrive:

“È sempre stata molto elegante, con un tocco personale e una giusta considerazione della moda.
Ma questa volta lo era di più.
Aveva un bellissimo giaccone rosso, una semplice camicetta, pantaloni e sandali semiaperti.
E i capelli corti, grigi o meglio sale e pepe.
E niente trucco.

Perché sì, quando si arriva ai cinquanta è ora di smetterla di fare le ragazze.
Anche se si resta ragazze dentro.
Ci si taglia i capelli, si smette di tingersi del colore che si aveva da giovani, si va verso il grigio e le sue varianti.
Ci si trucca appena, si cura la pelle con molta attenzione, si mette una spolverata di fard e un po’ di mascara. Al limite dell’invisibile.
Ci si veste. Anche con forme decise e colori forti. Che se si accompagnassero ad una chioma fintamente giovane e ad un trucco marcato ci renderebbero ridicole.”

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Al netto del ruolo istituzionale che richiede un “power dressing” decoroso, cosa ovvia santo cielo, mi dica, Anna Da Re, chi è lei per dirci, a noi donne tutte , come dobbiamo portare i capelli? Chi è lei, Anna Da Re, per darci lezione, a noi tutte, di stile? Chi è lei, Anna Da Re, per giudicare chi, arrivata alla cinquantina, decide di portare i capelli lunghi e tinti? Scegliere uno stile personale non significa escludere gli altri.

E poi, mi scusi, questa “cinquantina”, nel suo post, suona troppo come una data di scadenza. Dopo la quale il prodotto diventa avariato. Dopo la quale è ammesso solamente un look castigato. Ora, nella sua biografia su Donna Moderna, c’è scritto: i libri e la moda li ha sempre amati. Ma la moda era frivola e superficiale, ed è toccato ai libri avere la meglio. Sono diventati il suo lavoro: è digital PR e promuove i libri online. La moda è rimasta una passione coltivata in sordina. Poi arrivata ai cinquanta, ha deciso di fare la fashion blogger.

E se io, arrivata alla cinquantina, decidessi di tenermi i capelli lunghi, anzi, lunghissimi, invece di fare la fashion blogger?

Per gli Indiani Navajo i capelli rappresentano la parte del corpo più vicina ai pensieri; noi li abbiamo trasformati in convenzione. Mi vengono in mente donne meravigliose, donne anziane, che portano i capelli lunghi, tinti, ebbene sì, e che oltre alla “spolverata di fard” e al poco di mascara (al limite dell’invisibile, come dice lei) usano pure il rossetto! Rosso, per di più! Santo cielo…siamo ancora qui a parlare di questo.

Lo dica al presidente della Camera, la signora Boldrini, che ha una chioma meravigliosa e un ruolo istituzionale, di 180334510-690x970tagliarsi i capelli e farli “sale e pepe”. O a Julianne Moore, splendida più che mai a 55 anni (oltre la data di scadenza!!) con quei capelli lunghi e rossi. Sembra “fintamente giovane”, per caso? E poi – ma questo forse lo sa già – è avvilente che le critiche e i commenti arrivino spesso e volentieri dalle altre donne. I tempi delle medie sono finiti cara Anna Da Re, smettiamola di darci addosso.

Sa, quando mi immagino tra qualche anno, mi immagino ancora più libera di quanto non lo sia ora. Magari ancora con i capelli portati lunghi, se reggono in salute, perché no? Il colore? Si vedrà, bianchi, neri, marroni. Di sicuro non starò ad ascoltare i suoi “consigli”. Perché spero di diventare ancora meno schiava dei cliché, dei dettami della moda, dei giudizi degli altri.  In fondo è questo il tesoro che si trova in fondo all’arcobaleno. O no?

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Quali sono i terroristi che minacciano Rio?

27 luglio 2016

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In Brasile sono state arrestate dieci persone sospettate di pianificare degli attacchi terroristici durante le Olimpiadi a Rio de Janeiro. Le autorità affermano che i sospettati – tutti di nazionalità brasiliana – non sono membri dello Stato Islamico, non fanno parte di una “cellula organizzata”, ma in passato avevano provato a mettersi in contatto con il gruppo. Gli arresti sono avvenuti negli stati di San Paolo e Paranà.

Possiamo dire che in Brasile non si ha la più pallida idea di cosa sia il terrorismo islamico, almeno per ora? E che gli arresti dei giorni scorsi non sono altro che una messa in scena per dimostrare a tutti il contrario? E che forse questi arresti sono solo di una manovra di “distrazione” da parte del presidente ad interim Michel Temer, per sviare l’attenzione dal groviglio di corruzione che intrappola la politica brasiliana e non ultimo, lui.

Certo che non si esclude la possibilità di un vero attacco durante i giochi. E’ una possibilità. Ma la certezza, per ora, è che a Rio si muore ogni giorno per mano della delinquenza, o della polizia. Il lato oscuro della “cidade maravilhosa” è fatto di sparatorie, esecuzioni, omicidi, sgozzamenti, corpi torturati e buttati per strada come sacchi vuoti. Ecco un rapporto sulla “normale”attività della polizia di Rio durante il week end del 1° luglio. Una 48 ore di ordinaria violenza.

Venerdì 1 luglio ore 20:45

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São Gonçalo, Rio. In una strada buia un corpo giace a terra in una posizione innaturale. I rivoli di sangue ne disegnano i contorni. Antonio Oliveira sembra un gigante dormiente. E’ stato ucciso a colpi di pistola da un uomo che ha tentato di rubargli l’auto. Per arrotondare lo stipendio, Antonio aveva acquistato una Voyager nuova e si era iscritto a Uber. Aveva 42 anni ed era un comandante dei Vigili del Fuoco. Lascia una moglie incinta e due figlie. A Rio, ogni quattro minuti avviene una rapina. Gli omidici conseguenti a rapine sono stati 89 tra gennaio e maggio, il 37% in più dello stesso periodo del 2015.

Sabato 2 luglio ore 9:00

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A Rio si uccide anche di giorno. Una videocamera di sorveglianza ha registrato l’esecuzione di Sergio de Almeida Junior, 37 anni, candidato assessore della zona di Baixada Fluminense. Mentre entrava nella sua auto, due uomini incappucciati e armati si sono avvicinati e lo hanno ucciso con 21 colpi di arma da fuoco. La videocamera ha registrato anche la reazione disperata di sua moglie quando l’ha trovato sull’uscio di casa, morto. Sergio de Almeida è stato il decimo candidato alle elezioni 2016 a essere ucciso in quella zona di Rio, ostaggio dei trafficanti e della corruzione. Le forze dell’ordine, lì, sono pressoché assenti. A pattugliare l’area si conta un poliziotto ogni 2500 abitanti, quando l’ideale sarebbe 1 ogni 250.

Sabato ore 13:30

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Secondo un rapporto dell’ONG Human Rights Watch, la polizia di Rio è la più violenta del Brasile. Ha ucciso, negli ultimi dieci anni, più di 8000 persone. Tra questi c’è Jhona, 16 anni. Era andato a casa della sua vicina a prendere i pop corn appena fatti. Al suo rientro a casa, il ragazzo è stato avvicinato dalla polizia che faceva la ronda: era convinta che quel sacchetto contenesse della droga. Secondo il racconto di un testimone, Jhona ha alzato le mani e la polizia gli ha sparato un colpo in testa.

Sabato ore 16:00

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Due bambini osservano un corpo inerme. Sembrano a loro agio, abituati a vedere scene simili. Il sole è forte e si mettono le mani sugli occhi per guardare meglio. La vittima, Anderson Patricio, 39 anni, stava lavorando in un’auto lavaggio quando due uomini in motocicletta lo hanno freddato con 11 colpi di pistola. Quando la polizia è arrivata sul luogo dell’uccisione, molte persone, in un bar a pochi metri, continuavano a bere birra come se nulla fosse accaduto. La vita va avanti così, in una città dove, solo nel 2015, sono state uccise 1202 persone. A Chicago, la capitale dell’omicidio degli Stati Uniti, nello stesso anno ha contato “solo” 470 vittime.

Sabato ore 19:00

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Corpi solitari, perforati, violentati e massacrati, tutti in cerca di un nome, costellano il territorio di una città bellissima in una notte di luglio. Diego, 29 anni era uno studente come tanti. Viveva all’interno del campus dell’università UFRJ, dove studiava lettere. La polizia pensa si sia trattato di un omicidio a sfondo omofobo, perché Diego era un “negro omosessuale”. I ragazzi che hanno ritrovato il corpo hanno detto alla polizia: “E’ normale dalle nostre parti, questa è una zona abbandonata da tutti”. L’università UFRJ, tra le migliori del paese, confina con il Complexo da Maré, una della più grandi favelas di Rio de Janeiro, che conta 130mila abitanti. Una sorta di bunker per narcotrafficanti e balordi.

Sabato ore 22:50

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L’arrastão è una tattica di furto collettivo nata a Rio negli anni ottanta. Un gruppo organizzato o spontaneo di malintenzionati si riversa su una spiaggia, o una strada, e ruba tutto quello che riesce: orologi, soldi, vestiti, oggetti di valore. Può accadere in qualsiasi momento, a qualsiasi ora del giorno. Investe la popolazione come un’onda umana, generando caos e terrore. Sabato 2 luglio, il tunnel di una nota strada che collega due zone della città, è stato preso d’assalto da un cospicuo numero di balordi. Gli automobilisti si sono visti intrappolati e derubati. Gli abitanti di Rio sanno che in questi casi l’unica possibilità è la fuga a piedi. Solo nel week end del 2 luglio sono stati 7 gli arrastões a Rio.

Domenica 3 luglio ore 1:45

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Alexandre Pinheiro, 40 anni, arriva all’ospedale del centro di Rio urlando di dolore. E’ ricoperto di ferite, dalla testa ai piedi. Cinque uomini, racconta lui, nel tentativo di rubargli il portafoglio, lo hanno aggredito e torturato con bastoni chiodati e buttato in mezzo ad una via. Alexandre è stato investito da un’auto.

Domenica 3 luglio ore 4:30

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Rio de Janeiro ha un primato: i suoi medici sono i migliori al mondo per quanto riguarda la cura delle ferite per arma da fuoco. Secondo i dati del Ministero della Salute, da gennaio 2015 a oggi, gli ospedali hanno accolto 4053 vittime di proiettili, e la media che ne viene fuori è impressionante: 7,4 proiettili al giorno. Nella movimentata notte di Domenica 3 luglio, Wellerson Rocha, 18 anni, è arrivato al pronto soccorso con una gamba ferita. Lo sparo è partito da un fucile della polizia. Il direttore sanitario dell’ospedale Salgado Filho, durante un’intervista alla stampa locale, ha detto che il loro lavoro non è diverso da quello dei medici nelle zone di guerra. “Abbiamo l’esperienza necessaria per lavorare in qualsiasi zona di conflitto”.

Domenica 7:30

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La Domenica è cominciata come tante altre: alcuni narcotrafficanti hanno attaccato una caserma di polizia di UPP (la polizia che dovrebbe bonificare le zone più violente della città). Il confronto armato è durato due ore. Alla fine il bilancio è stato di un poliziotto ferito e due trafficanti uccisi. La politica di pulizia avviata dal governo per tentare di “bonificare” le zone più pericolose della megalopoli, in vista della Coppa del mondo di calcio 2014 e dei Giochi olimpici del 2016, è fallita. La violenza è riesplosa, tanto che in certe zone delle favelas la polizia entra solo con mezzi blindati.

Domenica ore 16:30

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Wendel da Silva, poliziotto di 38 anni, è stato ucciso a seguito di un arrastão. Nel tentativo di fuggire, ha inserito la retro andando a sbattere contro un’auto. Raggiunto dai banditi armati, è stato giustiziato di fronte alla figlia di 10 anni, solo perché era un poliziotto. Gli scontri di arma da fuoco sono talmente comuni che è stata creata un’App per segnalare in tempo reale le sparatorie. Si chiama “Fogo Cruzado” (Fuoco Incrociato).

 

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Quando è una giornalista a fare body shaming

21 luglio 2016

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Carlotta Quadri, fino a qualche minuto fa, non sapevo chi fosse. Ora lo so: lei è una giornalista, autrice e speaker radiofonica, e scrive su VanityFair.it. Sono finita a leggere un suo post, ahimè. O ahilei, dipende dai punti di vista. Stavo per chiudere, spegnere e andare a letto, ma avevo un tarlino nella testa. Era il titolo: “Perché usi gli shorts se sembri uscita da un quadro di Botero?”

soldoutLa signorina Quadri (nella foto), che non ho googlato e non so ancora bene chi sia ma poco importa (che mi son bastate le 58 righe che ha vomitato),  scrive: “(…) Ad ogni modo, è quasi impossibile non aver notato che quest’anno è il turno degli shorts. Presi pressoché alla lettera da intere orde di donne in giro per lo stivale: corti. Cortissimi. Quasi inesistenti. Della grandezza di una fascia per capelli. Ora, questo non sarebbe un problema se risiedesse in ognuno di noi della sana autocritica. L’abuso del micro pantaloncino con annessa cellulite è ormai all’ordine del giorno.

“(…) Questo però non significa che tutti possiamo permetterci qualsiasi tipo di abbigliamento. Questo non solo perché sarebbe come immaginare Syusy Bladi in giro con gli stivali al ginocchio di Julia Roberts in “Pretty woman” ma soprattutto perché si deve avere una bella corazza per non lasciarsi scalfire dallo sconforto che possono regalare certi sguardi e commenti inappropriati.

Ahhhhh, cara la mia Carlotta. Intanto Syusy Bladi ha talento da vendere, mentre tu sei una totale delusione. Perché non puoi permetterti di fare body shaming e passarla impunemente. Sei una giornalista, sei letta dalle donne, molte delle quali giovanissime. E, dulcis in fundo, sei una di noi. Io, sfiga doppia tua, sono madre di una figlia quasi adolescente, una ragazza come tante che può imbattersi nelle grandi cazzate che scrivi da un momento all’altro. Il messaggio che passi è dannoso, lo sai. Le ragazze sono piene di fragilità, e tu, così, tiri un calcio alla loro autostima.

Le “shorts compulsive”, come le chiami tu, non sono altro che donne che se ne fregano degli stereotipi che la moda e gente come te alimenta. Le “shorts compulsive” portano in giro la loro cellulite, le loro gambone e i loro culoni sì, non perché affette da una sorta di “follia narcisistica”, ma perché si sentono libere di farlo, grazie a Dio. E si piacciono così.

Magari tu devi reggere il personaggio, catturare una manciata di like in più, che ne so. Ma non usare il corpo delle donne per questo. Cara la mia Carlotta. Che domani ti farò leggere da mia figlia quasi adolescente. E le spiegherò due cosette. La prima, che il suo corpo appartiene solo a lei e non a quelli come te, cara la mia Carlotta.

nota a margine del 22/7: l’articolo della cara Carlotta, stranamente, è stato rimosso da VanityFair.it.

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La demenza digitale dei sudcoreani

8 luglio 2016

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In Corea del Sud ci abitano 50 milioni di persone, mille più, cento meno. Di queste cinquanta milioni, oltre l’80% possiede uno smartphone (quasi il 90 per cento se si considerano solo i giovani a partire dai 6 anni).  Questa moltitudine di coreani iperconnessi trascorre in media 4 ore al giorno a chattare, navigare o fare giochini lobotomizzanti.

Tant’è che nella popolazione sudcoreana è ormai conclamata una dilagante dipendenza dai dispositivi; si parla addirittura di demenza digitale.  Insomma, tutti stressed out.  Il problema più grave riguarda la dipendenza da giochi elettronici. I tornei fra professionisti di videogames vengono trasmetti in diretta tv e raggiungono picchi di ascolto simili a quelli di una finale di Champions League in Europa.

Le autorità di Seoul sono un tantino preoccupate per il rischio di collasso psico-emotivo di massa. Per darvi un’idea del grado di rincoglionimento della popolazione, il governo, al fianco della polizia nazionale, ha sviluppato un progetto pilota per i pedoni che camminano con lo sguardo fisso sullo smartphone. Si tratta di segnali stradali digitali: (uno di divieto e l’altro di pericolo) che mettono in guardia i cittadini dai pericoli in cui incorrono quando camminano usando il telefono:

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Allora,  col fine di promuovere una vita libera da stress e sovraccarico di informazioni, decidono di promuovere una gara di rilassamento . Un evento lanciato nel 2014 dall’artista WoopsYang , lo “Space Out Competition” e ammette solo una sessantina di partecipanti tra circa 2000 volontari che si presentano alle selezioni. E in cosa consiste la gara? Nel fare nulla. Devono stare seduti per 90 minuti senza mangiare, parlare, dormire e soprattutto usare dispositivi elettronici. Non possono nemmeno guardare l’orologio. Le loro frequenze cardiache sono controllate da sensori e chi possiede quella più stabile e coerente viene eletto campione.

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Quest’anno il vincitore è stato un rapper, Shin Hyo-Seob, il cui pseudonimo è Crush. Dice Crush: ““Ero così esausto fisicamente e mentalmente durante la preparazione del mio nuovo album che volevo solo rilassarmi per un po’. Questo evento è altamente raccomandato per coloro che hanno emicranie o pensieri complicati”. Evabè.

E’ incredibile come gli orientali in genere riescano a sostituire la socializzazione con lo “stare in mezzo”. Trasformando, in questo caso, anche il rilassamento in un evento da condividere. Ma io so a cosa state pensando. E vi dico una cosa. Sono giorni che vado al mare. In spiaggia, per la precisione. Ci sono i lettini, gli ombrelloni, il bar, e durante la settimana quasi nessuno in giro. Per ora. C’è, insomma, tutto quello che serve per ritagliarsi momenti di grande relax. Se mi guardo intorno, vedo una bella fetta di bagnanti che smanetta sul proprio smartphone. Me compresa, per carità.

Tuttavia voglio essere ottimista. Voglio pensare che un evento simile non possa mai attecchire qui da noi. Perché fondamentalmente è una stronzata galattica. Ma se consideriamo che in Corea del Sud la velocità media di connessione è di 20,5 megabit – mentre noi siamo fermi a 5,4 mega – non sarà che, più che una profonda differenza socioculturale tra noi e loro, per ora c’è solo il gap tecnologico a tenerci alla larga dal rischio di demenza digitale?

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