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Archive | 2016

Chi ha incastrato Lapo Rabbit?

2 dicembre 2016

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Questa notte ho fatto un incubo. Uno di quegli incubi che solo il re dei complottisti riuscirebbe a partorire:  Lapo Elkann, Renzi (presumo), coccodrilli, lotte per il potere, intrighi, sesso, conigli e telefoni rosa. Sarà perché c’è un gran fermento con questo benedetto Referendum, sarà perché che ho letto troppe cose nei giorni scorsi sulla vicenda Lapo Elkann, o sarà perché ho visto un pezzo di “Chi ha incastrato Roger Rabbit” prima di andare a dormire. Non saprei. Fatto sta che ho messo assieme tutto quanto e ne è venuto furoi un bel delirio. E premesso che io non sono una complottista ma una che sogna molto – e i sogni come sapete non corrispondono alla realtà ma attingono da essa, ora ve lo voglio raccontare.

Sono l’unica protagonista del sogno ad avere un volto. Gli altri sono tutti animali: coccodrilli, conigli, lupi e giaguari.  Lapo Elkann, che ha le sembianze di un coniglio e si chiama Lapo Rabbit, se la spassa alla grande, come suo solito, senza nuocere a nessuno. Vive in un paese lontano, una specie di isola che non c’è. E’ un buono, seppur un tantino goffo.

Un bel giorno, un giornale autorevole chiamato l’Economist, che è anche di proprietà della famiglia di Lapo Rabbitpubblica un articolo molto pesante. L’articolo fa riferimento a un Referendum – indetto dal grande capo del mio paese – che si terrà di lì a poco e invita molto apertamente il popolo italiano a votare No. Un invito secco e chiaro come la luce del giorno. Uno smacco per il capo, insomma, che necessita di una vittoria del sì. 

Il capo, che nel sogno ha le sembianze di un coccodrillo, legge l’articolo e va su tutte le furie. Comincia a sbraitare con tutti intorno a lui. Viene fuori un macello: centinaia di telefoni rosa cominciano a squillare, partono chiamate da una stanza segreta all’altra, mentre Lapo Rabbit, indisturbato, continua a fare festa nell’isola che non c’è.

Allora il gran capo coccodrillo decide di vendicarsi di questo maledetto giornale infamante e sceglie il povero Lapo Rabbit come bersaglio: incastrare Lapo Rabitt per colpire tutta la sua famiglia. Nulla di più semplice. E infatti, dopo pochi giorni dalla pubblicazione di quell’articolo, Lapo Rabbit, che si trova ad un party sull’isola che non c’è, viene avvicinato da una coniglietta irresistibile, fascinosa e carica di carote allucinogene. E’ una spia del perfido e vendicativo gran capo coccodrillo. Lapo Rabitt, ovviamente, non resiste alla visione della coniglietta carica di cibo e si mangia una quantità enorme di carote, cadendo in uno stato di trance allucinogena. Ed è allora che la coniglietta fa entrare un coniglio misteriso nella stanza.

Un coniglio che non è un coniglio. Piuttosto si tratta del gran capo coccodrillo travestito da coniglio! Che chiama la famiglia Rabbit, fingendosi l’ingenuo Lapo Rabbit. E cosa fa? Chiede un riscatto di diecimila carote d’oro alla famiglia Rabbit. Lapo Rabbit, che non capisce un cazzo per via delle allucinazioni, non batte ciglio quando il coccodrillo avverte anche la polizia. A quel punto Lapo Rabbit è definitivamente incastrato. Tutta colpa del Referendum, insomma.

Il mio sogno finisce in un gran casino: il popolo che insorge nelle piazze, la coniglietta che scappa con il coniglio misterioso, Lapo Rabbit in manette che farfuglia e il gran capo coccodrillo che mi corre dietro perché ho sbirciato dalla serratura e ho visto e udito tutto. Tento di scappare ma lui sembra essere più veloce e mi acchiappa con una zampata. E quando penso che per me è giunta la fine, tac! Mi sveglio in preda all’ansia.

Che roba ragazzi.  Era un sogno, ovvio. Un incubo delirante. Accendo subito lo smartphone e leggo due o tre notizie. Anche lì, tutto come nel sogno: Lapo è ancora sull’isola che non c’è, la folla ignobile insorge contro di lui, spunta dal nulla un terzo uomo (ma non fanno riferimento alle sembianze da coniglio-coccodrillo), qualcuno grida al complotto e l’ansia refendaria sale facendo spalancare le fauci al nostro grande capo. Forse dovrei smettere di mangiare troppe carote.

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Lucarelli vs Hawking, ovvero, partire dal grande per dimenticare il piccolo

30 novembre 2016

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Ieri ho letto un sacco di titoli e sottotitoli sui giornali on line. Faccio così quando mi viene voglia di scrivere qualcosa: scandaglio la rete velocemente, appunto due o tre cose che mi incuriosiscono e poi le rileggo con più calma. Ieri mi ero appuntata due cose: la Lucarelli che infierisce sul povero Lapo e Stephen Hawking che ci ammonisce sulla fine fine del mondo. Ero indecisa, molto. Inveire sulla Lucarelli che schernisce Lapo mi sembrava anche divertente, pensare alla fine del mondo un pò meno.

E allora pensa che ti pensa una soluzione l’ho trovata: un po’ per uno. Anche perché è venuto da sè immaginare una correlazione tra ciò che scrive la fin troppo domata Selvaggia e quel genio indomabile di Hawking. Ma questo ve lo dico dopo.

Selvaggia, che scrive anche bene e spesso ha pure ragione, è una astuta parassita che alimenta un modo di fare e di scrivere che a me non piace tanto. Cavalca onde scontate per bacchettare gli altri e utilizza una cattiveria spicciola che è  frutto di un ego fin troppo allargato. E’ molto seguita, e questo la carica di una discreta responsabilità. Per questo, cara Selvaggia, io non ti contesto la presa in giro in sé, ma la tua incoerenza. Intervieni spesso contro i bulli della rete, contro quelle bestie che alimentano la “vergogna” fino a spingere le persone al suicidio. Grazie molte dell’aiuto, serve anche il tuo, davvero. Ma vedi, anche se a Lapo piacciono i Trans, la droga e quant’altro che siano i grandi affari suoi, non è mica tanto distante dalle donne che difendi a spada tratta dalla gogna mediatica. Non infierire così, non ci servi altrimenti.

Detto ciò, si sono spese fin troppe parole su questa vicenda. Non credo di aggiungere molto di più, se non una dichiarata voglia di discrezione.

Ne spendo qualcuna su Hawking, che povero, non se l’è filato nessuno. Ieri, durante il misero “LapoGate”, sono uscite delle note interessanti che fanno riferimento all’intervento che l’astrofisico ha tenuto lo scorso lunedì all’Università di Cambridge. Durante una lecture (o più banalmente, lezione), ha affermato che per l’umanità restano su per giù mille anni ancora da vivere sul pianeta Terra. Mille anni appena. Questo perché abbiamo reso il nostro pianeta un luogo troppo fragile e vulnerabile. Cambiamenti climatici, distruzione degli habitat naturali, sovrappopolazione, pandemie globali causate dalla resistenza agli antibiotici e l’aumento del potenziale bellico di paesi considerati pericolosi e blà blà blà. So che queste possano sembrare le solite noioserie da catastrofisti, ma purtroppo son tutte  semplici verità. E’ la solita storia, “ma sì, tanto sarò morto, ma sì, tanto troveremo un modo. Chissenefrega dei massimi sistemi”.

Allora proviamo a fare un esercizio quotidiano, bastano pochi minuti al giorno.L’esercizio consiste nel dedicare almeno 300 secondi al giorno a spostare il focus. Dal micro al macro, per sfuggire temporanemante alle cose piccole della nostra società. E per comprendere meglio il tutto basta partire dalle definizioni delle parole:

Micro: “Primo elemento di composti, particolarmente attivo nel l. scient. e tecnico, nei quali significa “piccolo, che riguarda cose piccole, di scarso sviluppo””. Un esempio: 

(…) La paghetta se l’è pippata tutta. A quel punto che fa? Si inventa un sequestro, tanto le manette erano già lì. E qui il genio.
Chiama lui la famiglia e già qui sarebbe il primo caso di sequestrato a chiedere un riscatto per il suo sequestro, ma vabbè. Dice che un tizio non lo lascia andare se non pagano 10000 euro, roba che un qualsiasi sequestratore chiederebbe di più pure per il sequestro di Adriana Volpe, capirai se uno rapisce un Agnelli per due spicci. Il fratello ovviamente mette giù il telefono, chiama Ginevra e fa: “Il cazzaro ne ha combinata un’altra”. Chiamano la polizia americana, la polizia americana va nel presunto luogo della consegna del riscatto e trova Lapo con le manette di piume rosa che fa i grattini al suo sequestratore.

Selvaggia Lucarelli.

Macro: • Primo elemento di composti, particolarmente attivo nel l. scient., in cui indica “grande”, “di notevole estensione” e spesso anche “lungo”. Un esempio:

(…) Ricordate di guardare in alto, alle stelle, e non in basso ai vostri piedi. Cercate di dare un senso a quello che vedete e domandatevi cosa permette all’Universo di esistere. Siate curiosi. Per qualunque difficoltà incontrerete nel vostro percorso ricordatevi che ci sarà sempre un modo per superarla. L’importante è non rassegnarsi mai.

Stephen Hawking.

Ed ecco che viene fuori la correlazione. Ciao.

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Generazione Psicofarmaci

18 novembre 2016

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Ieri vagavo nel Deep Web. Postaccio, lo so. Ma leggi che ti leggi, ho scoperto una cosa molto interessante. Un dato, per l’esattezza. Si sa che tra i vari articoli off limits in vendita nella Dark Net ci sono un’infinità di sostanze stupefacenti, farmaci e psicofarmaci di ogni tipo, letali e non.  Secondo una ricerca fatta da Trend Micro e chiamata “Below The Surface: Exploring The Deep Web” la merce più comprata sul Deep Web è la Cannabis (31,60), seguita da prodotti farmaceutici, seguiti a loro volta da droghe pesanti. E sapete qual’è il prodotto farmaceutico più venduto? Il Ritalin.

antidepressiviIl Ritalin è un farmaco che viene “comunemente” utilizzato per il trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) in bambini e adolescenti, e la molecola che lo compone è il METILFENIDATO, sostanzialmente una anfetamina. Sostanzialmente, una droga. In Italia il Ritalin è stato introdotto sul mercato nel marzo 2003 con decreto ministeriale. Prima apparteneva alla tabella I degli stupefacenti con la cocaina, eroina e le altre droghe pesanti.

Ed è per questo che nel mercato nero il metilfenidato viene usato come vera e propria droga ricreativa. Molti ragazzi lo acquistano in rete e lo consumano per aumentare le prestazioni scolastiche, altri solo per sballarsi. Tritate e ridotte in polvere le pillole di Ritalin vengono consumate al posto della cocaina. Oggi la sua somministrazione è “monitorata sul campo’’ attraverso il Registro nazionale dei trattamenti per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tuttavia, se si pensa che il numero di bambini a cui viene diagnosticata la ADHD è in crescente aumento nel mondo, così come sono in crescente aumento le false diagnosi e le diagnosi sbagliate, e sommando a queste una notevole mancanza di informazione da parte delle famiglie, si fa presto ad immaginare il grandissimo numero di prescrizioni dannose di questo genere di psicofarmaci.

Esaminando la situazione in Italia, i minori in età pediatrica (0/14 anni) sono 8.103.000, e quelli a cui potrebbe essere diagnostica l’ADHD secondo i correnti metodo di diagnosi sono almeno 162.000, mentre sarebbero 737.000 i minori in età pediatrica che soffrirebbero di disagi o turbe mentali (tutte le patologie) secondo i risultati del progetto di screening “PRISMA”. Proprio e solo grazie ai sistemi restrittivi di diagnosi e terapia propri del “modello italiano” si è riusciti a comprimere questi numeri allarmanti, con il risultato che ad oggi i bimbi ADHD in Italia sono qualche migliaio, probabilmente non più di 10.000.

Con tutti questi dati che mi giravano per la testa, ho pensato di fare due chiacchiere a propostio con Luca Poma, giornalista da sempre impegnato nel mondo delle politiche giovanili, del sociale e della difesa dei diritti delle minoranze, portavoce nazionale della campagna “GiuleManidaiBambini” e segretario generale della Federazione Volontari Ospedalieri.  E mi ha confermato che in moltissimi casi la diagnosi dell’ADHD nei bambini è fatta in modo inadeguato: il bambino/ragazzo non studia? Non sta attento in classe? Non riesce a stare fermo, disturba i compagni, insomma, sembra un caso perso “anche se sembra molto intelligente?” Allora soffre di ADHD. Un’equazione dannosa e spesso priva di fondamento.

Ma dato che un argomento tira l’altro, Luca Poma ha subito colto l’occasione per spostare il focus su un problema che secondo lui è ben più grave rispetto alla somministrazione del Ritalin nel nostro paese (per nulla paragonabile alla situazione negli USA, dove circa il 13% della popolazione scolastica ingurgita Ritalin come fossero caramelle): la depressione adolescenziale, che negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente, afferma lui,  “ed è diventata terra di conquista da parte delle case farmaceutiche che anche in Italia tenteranno una penetrazione sempre più invasiva, con diagnosi di depressioni da curare con psicofarmaci. Perché si sa, la prescrizione di una pasticca rappresenta la risposta più rapida rispetto a costose terapie psicologiche”.

Per trattare la depressione nei bambini e ragazzi il principio attivo più somministaro è la paroxetina (Daparox, Dapagut, Dropaxin, Eutimil, Sereupin, Seroxat, Efectos-Secundarios-de-la-Paroxetina541164d7b53c2f7e930cStiliden). Ve la ricordate? Nel 2015 la rivista British Medical Journal aveva smentito lo studio risalente al 2009 della multinazionale farmaceutica  GlaxoSmithKline, che affermava l’efficacia e la non pericolosità della paroxetina.  Secondo l’autorevole rivista, la Glaxo aveva falsato i dati che giustificavano la prescrizione a bambini e adolescenti di un potente antidepressivo a base di paroxetina. E’ venuto fuori un vero scandalo quando si è scoperto, 14 anni  dopo, che la paroxetina  poteva causare danni “clinicamente significativi”. Tra i quali gravi sindromi da assuefazione e rischio di pensieri e comportamenti suicida, riscontrati soprattuto in persone che erano depresse. La paroxetina è una molecola che viene somministrata non solo in casi di depressione, ma anche a chi soffre di disordine da panico, disordine di ansia generalizzata, e disordine ossessivo – compulsivo. Spesso con modalità “fai-da-te”, come nel caso del trattamento della eiaculazione precoce, ad esempio. Molti ragazzi e adulti non hanno la minima idea degli effetti collaterali dannosi, che vanno da forti sbalzi di umore ad aggressività fuori controllo.

Il livello di allarme non può che essere altissimo. Inoltre ci troviamo di fronte a una molecola blockbuster, cioè, che vende per più di un miliardo di dollari l’anno. In poche parole, una gallina dalle uova d’oro. Ed è anche “off label”, ovvero, al di fuori delle indicazioni terapeutiche approvate dal Ministero. E dunque la più utilizzata. Una situazione paradossale. Inoltre non è nemmeno approvata per l’impiego nei pazienti con età inferiore ai 18 anni. Ci ritroviamo con numerosi psichiatri e ricercatori che hanno colluso – spesso in maniera consapevole – con questa dinamica di mercato. E l’età della somministrazione di psicofarmaci si è abbassata dai 18 agli 8 anni, e così si rischia di avere una generazione di tossicodipendenti. Il 10% dei minori in italia fa uso di farmaci senza ricetta e il mercato nero, come vi ho detto all’inizio di questo lungo post, funge da distributore automatico di antidepressivi e non solo.

Le evidenze sulla pericolosità dei psicofarmaci antidepressivi somministrati ai minori ormai sono ben documentate e in costante aumento. Peccato che il Ministro Lorenzin paia non sentirci. Nel novembre 2015 aveva annunciato l’apertura di un tavolo tecnico di consultazione per valutare l’eventuale stesura di linee guida più stringenti sulla somministrazione di queste molecole a bambini e adolescenti, ma per ora – dopo varie riunioni del tavolo – tutto ancora tace, e non sono all’orizzonte iniziative concrete.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa. E considerando che il 50% dei disturbi neuropsichici dell’adulto ha un esordio in età evolutiva, sarebbe il caso di muoversi. Innanzitutto combattendo la medicalizzazione dei minori, trattati sempre più come clienti delle aziende farmaceutiche e non come pazienti. E’ fondamentale ricordare che i farmaci rappresentano la soluzione in casi particolarmente
gravi di disagio psichico. Ma purtroppo, oltre che con la sudittanza a BigPharma,  dobbiamo fare i conti con i forti preconcetti che ancora esistono nei confronti della psicoterapia, con la banalizzazione da parte di molte famiglie del disagio giovanile e non ultimo, con la totale assenza di investimenti in un settore che è fondamentale per la salute della popolazione.

www.giulemanidaibambini.org

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Il cognome materno? Non è una battaglia vinta

9 novembre 2016

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La messa in discussione da parte della Corte Costituzionale della norma che prevede che a un bambino debba essere attribuito automaticamente il cognome paterno arriva fin troppo tardi. Arriva tardi per una serie di ragioni. Intanto già nel 2014, la Corte Europea ci aveva bacchettato per aver negato a una coppia di coniugi la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre anziché quello del padre. Secondo Strasburgo, l’assegnazione automatica del cognome paterno è una pratica “patriarcale”. E che la sola possibilità di aggiungere il cognome materno non garantisce l’eguaglianza tra coniugi. Sì, perché da noi, l’ottenimento del doppio cognome è possibile facendo una richiesta al prefetto della propria provincia. Una decisone che però rimane a discrezione del prefetto, e non dei genitori o di chi presenta domanda.

E se è dal 1975 che si parla di responsabilità genitoriale e non più di potestà,  per la proprietà transitiva l’assegnazione esclusiva del cognome paterno non aveva più ragione di esistere da quel dì. Dare ai genitori la possibilità di scegliere liberamente se trasmettere il cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome è un diritto.

Dalle altre parti funziona più o meno così:

In Francia il figlio può ricevere il cognome di uno o dell’altro genitore o entrambi i cognomi.
In Germania i coniugi possono mantenere il proprio cognome o decidere quale cognome coniugale (Ehename) adottare ed assegnare alla prole. Il cognome coniugale può comunque essere preceduto o seguito dal proprio.
Nel Regno Unito al figlio può essere attribuito il cognome del padre, della madre oppure di entrambi i genitori; è altresì possibile assegnare un cognome diverso da quello dei genitori.
In Spagna vige la regola del “doppio cognome”, per cui ogni individuo porta il primo cognome di entrambi i genitori, nell’ordine deciso in accordo tra di essi.
In Islanda si usa il patronimico al posto del cognome. Ossia ogni persona assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso son se maschio, dottir se femmina. Pertanto, solo i fratelli maschi o le sorelle femmine avranno cognome uguale fra loro, mentre nella stessa linea di fratelli e sorelle ci saranno due cognomi.
In Russia viene utilizzato il patronimico  seguito dal cognome.
In Tibet, in Eritrea ed in Etiopia i cognomi non esistono.

Non so se esultare per questa notizia. Suona come uno schiaffo che ci ricorda quanto siamo ancora indietro. E’ illusorio credere che laddove non arrivi la cultura possa arrivare la legge. Un pò come le quote rosa. Va benissimo il cognome materno, per carità. Ma non fermiamoci qui, limitandoci a rincorrere una omologazione al maschio e dando per vinta una battaglia che non è stata nemmeno tanto combattuta. Il prospetto 2016 del Wef, l’indice di disuguaglianza globale tra uomini e donne,  confina l’Italia in 50esima posizione su 144 Paesi. Facciamo pure un passo indietro rispetto al 2015 quando eravamo 41esimi in classifica.

By the way, voglio lanciare una riflessione non meno stimolante: immaginate quante combinazioni interessanti potevamo avere nei registri di classe se solo avessimo avuto la possiblità di assegnazione del cognome materno! Partendo dal nostro caro Berlusca, per dirne una. Che se avesse mantenuto il cognome materno si sarebbe chiamato Silvio Bossi.

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Rupi Kaur, la giovane poetessa da 700 mila followers

27 ottobre 2016

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Ve la ricordate questa foto? E’ diventata virale nel 2015 dopo che Rupi Kaur, poetessa indiana, l’aveva postata su Instagram. L’immagine faceva parte di un progetto fotografico, Period (il progetto completo lo trovate qui), che affrontava il tema del tabù delle mestruazioni. Ma il contenuto era stato segnalato come “inappropriato” e subito rimosso dal social. Dopo una serie di  proteste, che chiamavano in causa l’enorme quantità di immagini molto più offensive di questa che circolano sui social, Instagram le ha chiesto ufficialmente scusa e ha ripubblicato l’immagine, sostenendo che fosse stata cancellata per sbaglio. Già, per sbaglio.

Molti, da allora, associano il nome di Rupi Kaur solo a questa foto. Ed e’ un peccato. Non le abbiamo dato nemmeno un volto, perché a rimanere impressa è stata tutt’altra parte del suo corpo. Come al solito tendiamo a fermarci sulla linea di superficie di ciò che gira in rete, abituati come siamo a ingurgitare senza masticare nè digerire i testi – spesso vomitati – le notizie o le fotografie “spettacolari”, buttate lì per raccogliere una manciata di like. Ovviamente chi si è sentito “violentato” da un’immagine così provocatoria, ha chiuso subito  la saracinesca.

23513349Nel frattempo, Rupi Kaur è diventata una poetessa da mezzo milione di copie con la sua raccolta di poesie “Milk and Honey”. E’ stata definita dall’Huffington Post “la poetessa che ogni donna dovrebbe leggere”. Io l’ho letto il suo libro e credo che dovrebbero leggerla tutti, maschi compresi.

Ma perché tanto successo? Se provate a sbirciare il suo profilo Instagram troverete testi  in grado di provocare reazioni non banali, spesso accompagnati da disegni altrettanto espressivi. E ne viene fuori un bel quadro, delicato e molto, molto incisivo. Rupi riesce a penetrare dritta nel mondo dei più giovani utilizzando gli strumenti giusti: immagini e parole messe a disposizione dei social. Non è l’unica a farlo, è vero. Ma la sua poesia, che sgomita tra tweet, notizie, post, immagini da paura, frasi celebri più o meno citate, opinioni non richieste, convinzioni senza fondamento, risulta vincente. Non è facile oggi fare o proporre poesia. I lettori sono pigri, gli editori sono disinteressati. Ma come diceva lo stesso Montale  «non c’è morte possibile per la poesia», e che «la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana».

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Ecco, la poesia di Rupi racconta il nostro tempo e sdogana la “vecchia lirica”, trasportando nell’attualità un genere fin troppo bistrattato, senza però rincorrere il clamore, come fa il rap (definito da tanti “la nuova poesia”), ad esempio, intriso di messaggi omologati e autoreferenziali. I versi di Rupi sono perfetti perché da un lato soddisfano il bisogno di messaggi brevi – siamo tutti un pò affetti da tweet-mania – dall’altro lavorano molto più dentro, portano a galla sentimenti, angosce e paure comuni, senza mai privarci della speranza. Leggere poesie, queste poesie, ci porta a ricavare un momento di riflessione, di silenzio pieno, di ripensamento.

Ridando un ruolo e una funzione alla poesia – snobbata da tanti e ignorata dalla maggior parte dei giovani –  Rupi Kaur compie un piccolo miracolo. Che  non è solo quello dei 700 mila followers su Instagram.  Ora speriamo che la taduzione in italiano non si faccia attendere troppo, perché Milk and Honey sarebbe un bellissimo regalo da mettere sotto l’albero.

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Photoshop e la mano aliena di Belen

12 ottobre 2016

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Rido ancora mentre scrivo. E rido perché ho la foto piazzata a tutto schermo nel mio monitor. Questa volta, invece di guardarle le tette o altri attributi più popolari, l’occhio continua a cadere sulla mano.

Belen, Belen, non sai quante volte sono stata lì lì per scrivere un post su di te. Tuttavia mi sono sempre trattenuta dal farlo perché mi sembrava di cadere nella stessa sindrome da gossip da cui è affetta la Lucarelli.

Ma il gossip qui non c’entra, sarebbe una perdita di tempo in generale. Qui c’entra la piaga di Photoshop e tutto ciò che ne consegue quando l’utilizzo va oltre l’umano. Perché fin tanto che lo si usa bene, si riesce a convincere le masse che in foto son tutte perfette, dalla punta dei capelli all’unghietta del mignolo del piede. Poi succede questo:

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Ora, ad un occhio allenato (i maschietti non me ne vogliano se affilo le mie unghiette su cotanta bellezza) alla lettura fotografica, non può non sfuggire la mano aliena di Belen. Che oltre ad essere lunga lunghissima, povera, ha pure sei dita. Sei dita cribbio! Ma che razza di editor è questo? Che già è la donna più scontornata del mondo, serviva aggiungere pure un dito? Non ne ha bisogno di ritocchi, non lei. Essì che tra poco andremo su Marte…

Basta e basta. Qualcuno fermi l’abuso di Photoshop. Che poi non fa nemmeno più tendenza. E il mercato della moda non può andare avanti così, a prenderci per il culo. Se per noi donne normali tutta sta menzogna rappresenta un insulto all’intelligenza, per le ragazzine rappresenta una pressione costante alla ricerca di una perfezione che non esiste.

Pure Peter Lindbergh, fotografo delle super top model degli anni ’90, per il calendario Pirelli 2017 ha scelto la parola “VERITA'” come coordinata estetica. «Voglio liberare le donne dal terrore della giovinezza e della perfezione», dice lui. Alleluia.

Caro Peter, pensaci tu. Pensaci tu a far capire alla gente quanto sia più bella un’immagine vera. Quanto un viso non ritoccato, ma solo ben prodotto, possa inchiodare lo sguardo, comunicando ben altro che un banale “guarda come sono figa”. Che noia. E tu, Belen, leva sta foto da Instagram, ti prego.

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USA: I libri che hanno subito più tentativi di censura nel 2016

7 ottobre 2016

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Bando alle ciance marziane e rimaniamo un attimo sul pianeta Terra. Che prima di trasformarci in esseri multiplanetari dovremmo cominciare a togliere dalla maglia della censura un sacco di roba. Da pochi giorni si è conclusa la Banned Book Week, evento annuale che ha luogo in varie città degli Stati Uniti d’America e  promosso dall’American Library Association con lo scopo di celebrare la libertà di lettura e d’espressione, partendo dall’elenco dei libri più “bannati” d’America. Un elenco che l’American Library Association stila ogni anno e che riguarda scuole, biblioteche o altre istituzioni americane che hanno scelto di limitare o addirittura vietarne la vendita e la consultazione.

Normalmente la censura tenta di bloccare i titoli con contenuti sessualmente espliciti, che inneggiano al terrorismo o che utilizzano un linguaggio offensivo. Tuttavia ad essere vietati spesso sono libri che trattano di temi legati all’omossessualità, o che parlano di esperienze del mondo Trasgender, come I am Jazz della transgender Jazz Jennings, che racconta dell’esperienza di disforia di genere dell’autrice, (identificazione con il sesso opposto), uno dei casi più precoci mai diagnosticati.

L’elenco, divulgato la primavera scorsa e confermato dalla Banned Book Week, è questo:

1 – Cercando Alaska – John Green (sessualmente esplicito e dal linguaggio offensivo)
2 – Cinquanta sfumature di grigio – E. L. James  (troppo esplicito, ma avrebbero dovuto censurarlo perché scritto da cani)
3 – I Am Jazz – Jessica Herthel e Jazz Jennings (per aver affrontato il tema dell’identità di genere)
4 – Beyond Magenta: Transgender Teens Speak Out – Susan Kuklin (troppo transgender)
5 – Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon (troppo ateo)
6 – la Bibbia (troppo religioso)
7 – Fun home. Una tragicommedia familiare – Alison Bechdel ( fumetto censurato a causa delle scene “violente” che mostra in forma visiva)
8 – Habibi – Craig Thompson (splendida graphic novel censurata per la rappresentazione esplicita di nudità e ammiccamenti sessuali)

9 – Nasreen’s Secret School: A True Story from Afghanistan – Jeanette Winter (libro per bambini con troppi riferimenti all’Islam e alla guerra);
10 – Two Boys Kissing – David Levithan  (il tiolo parla da sé)

Un disegno del fumetto "Habibi"

Un disegno del fumetto “Habibi”

Noi non siamo messi tanto meglio. Basti pensare al caso del Sindaco di Venezia , Luigi Brugnaro, che nel 2015 aveva bandito dalla laguna tutti i libri che parlano di “gender””. Tra i tanti titoli c’era anche un capolavoro come “Piccolo blu e piccolo giallo” di Leo Lionni, che racconta dell’amicizia di due colori tanto diversi e che si vogliono talmente bene da mescolarsi per creare il verde. Abbiamo fatto una figuraccia mondiale .

Più recente invece l’episodio, questa volta televisivo, che ha coinvolto RAI 2 l’8 Luglio scorso. Nella prima beyond-magenta-covermessa in onda sulla TV pubblica italiana della serie “Le regole del delitto perfetto”, RAI2 ha censurato tutte le scene omosessuali.  Una mossa che ha scatenato parecchie proteste da parte delle comunità e associazioni LGBT, anche a livello internazionale. Dopo la vicenda su Twitter è impazzato un bel #RaiOmofoba, che ha raggiunto la top ten italiana dei trend topic su Twitter. A causa delle proteste, la direttrice di RAI 2 Ilaria Dallatana si è scusata dando la colpa a “un eccesso di pudore”. E cosa fatto allora?Ha rimandando in onda le puntate in versione integrale il giorno 10 luglio del 2016, giorno della finale del campionato europeo di calcio 2016 tra Francia e Portogallo. Vabè.

Insomma, il mondo LGBT è sempre quello più colpito. Poi ci sono casi che fanno quasi ridere, come quello della saga di Harry Potter, che tra il  2000 e il 2009 è stato tra i libri più “ostacolati” negli USA. Il fatto è che non ci si può improvvisare censori. La censura è un affare serio.

Quanto è indefinito il confine tra eccesso di pudore e censura? Tra controllo preventivo e condizionamento? Tra fobie infondate e ragionevolezza? Il rischio di questo disordine, che sfocia in atti di censura al limite del ridicolo, è la diffusa disinformazione. L’omofobia, il sessismo, i pregiudizi di genere sono appresi culturalmente, generati dall’ignoranza. Nessuno nasce omofobo, o bullo, o razzista o violento.

Che poi, concludendo, ho provato a cercare su Google del materiale su Nasreen’s Secret School: A True Story from Afghanistan, al 9° posto della lista nera. La ricerca ha fornito risultati eloquenti circa l’inutilità della censura, perché mostra solamente l’immagine di copertina del fumetto. Nessun altro disegno, nada. Ma se digitate invece “fumetti porno”, beh. Provateci voi stessi.

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Di sicuro su Marte ci andremo. Sì, ma poi?

4 ottobre 2016

Commenti disabilitati su Di sicuro su Marte ci andremo. Sì, ma poi?

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Elon Musk ha annunciato pubblicamente il suo piano per colonizzare Marte. Lo sapevate? Immagino di sì, dai. Ne avrete sentito almeno parlare. E  sicuro, vi sarà sembrata una grande cazzata.

Io non ho resistito, perché subisco il fascino dello spazio fin da piccola. E sono andata oltre al titolo, scoprendo che non si tratta di una grande cazzata. Intanto vi dico due cose su Elon Musk; è il chairman e CEO della Tesla, ma anche l’investitore principale e presidente del consiglio di amministrazione di SolarCity (una compagnia specializzata in prodotti e servizi legati al fotovoltaico), cofondatore di PayPal e fondatore della  Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX), di cui è amministratore delegato e CTO. Space X progetta e costruisce lanciatori spaziali a razzo parzialmente riutilizzabili (Falcon 1 e Falcon 9) e veicoli spaziali per il trasporto orbitale di persone e merci (i Dragon). Insomma, costui qualcosina nella vita ha fatto.

Spiegarvi per filo e per segno ciò che ha in mente Musk richiederebbe una conoscenza specifica che io non ho e un tempo di lettura da parte vostra impensabile. Dunque riassumo, in modo davvero grossolano (se volete il Post lo ha fatto meglio di me, leggete qui), il progetto Space X: si andrà su Marte a bordo di un potentissimo razzo, alto come un edificio di 40 piani, spinto da 42 motori Raptor, motori talmente potenti che saranno capaci di portare un carico 2 volte più pesante delle missioni Apollo e una navetta di 50 metri per ospitare fino a 200 astronauti. Il viaggio per Marte durerà appena 80 giorni – ma potrà variare a seconda della posizione della Terra e di Marte, arrivando a 150 – e, nello scenario più ottimistico, il costo per passeggero potrebbe essere di 100.000 dollari. La tempistica delle prove di volo batterà sicuramente quella per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina: il nuovo sistema interplanetario potrebbe essere pronto per i primi test a partire dalla fine del 2018 e i voli sperimentali verso Marte potrebbero iniziare già nel 2023, tra meno di sette anni.

Ecco, le cose stanno più o meno così. Non credo si tratti di follia il fatto che alcune delle menti più brillanti si stiano scervellando per riuscire in un’impresa simile. E’ vero che sembrava una follia, molti decenni fa, immaginare una tecnologia come la connessione wireless. Così’ come sembrava una grande follia, per l’uomo rinascimentale, immaginare di volare intorno alla Terra a bordo di un aeroplano. L’uomo ama le sfide e necessita superare di continuo se stesso. Inutile dire che prima o poi ce la si fa a raggiungere Marte.

elon-musk-falcon-9Tuttavia l’aspetto più intrigante di questa faccenda marziana non risiede tanto nel suo aspetto più tecnico, o tecnologico. O economico, che vede, in questo caso, la Nasa – che si sfrega comunque le mani vista la collaborazione che offre a Space X- lasciare il campo a una società privata come appunto la Space X e le loro sfarzose sezioni di ricerca & sviluppo. La sostanza, in fondo, risiede nelle questioni che ci poniamo già a latere: la fine della vita sulla Terra, ad esempio. Come dice lo stesso Musk: “Non ho da rivelarvi una profezia sul giorno del giudizio. Però le cose sono due: possiamo stare per sempre sulla Terra, e prima o poi ci sarà un evento che ci farà estinguere; oppure possiamo diventare una specie multiplanetaria, e spero concordiate che sia la cosa giusta da fare.” Sì, perché prima o poi il problema si porrà. Come ci estingueremo? Dove andremo?

Un aspetto sul quale si discute parecchio negli ultimi giorni riguarda i problemi etici e legali della colonizzazione interplanetaria: molti si chiedono se Musk abbia il diritto di andare su Marte. Perché ad oggi non esiste un quadro giuridico che regoli la colonizzazione marziana, a parte  l’Outer Space Treaty del 1967, secondo cui qualsiasi corpo celeste è patrimonio comune dell’umanità e nessuno può rivendicarne la proprietà. Tuttavia nel trattato, che abbisogna forse di una revisione dei contenuti un tanto pionieristici (l’ho letto, non è lungo e assai interessante),  non si fa riferimento alle possibili risorse che potrebbero essere scoperte su suolo extra terrestre, così come non si parla di estrazione o importazione di materiale utile in caso di necessità. Solo del pericolo di contaminazione che esso potrebbe provocare.

“(…) gli Stati contraenti devono, prendono all’uopo le misure opportune, evitare effetti pregiudizievoli di contaminazione e di modificazioni nocive del mezzo terrestre, dovute all’intro- duzione di sostanze extraterrestri.”

Insomma, qui le domande sarebbero tante. La certezza è che da sempre usiamo l’intelligenza per esplorare, sopravvivere e propagare la specie. Come fanno i batteri, grandi colonizzatori, senza troppe paranoie etiche. Noi, a differenza loro, ci poniamo dilemmi essenziali, mettiamo in discussione ciò che siamo e ciò che saremo, perché no, anche fuori dall’orbita terrestre.

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